
1555/ 1619
dipinto
n. 0107
All'interno di una struttura che si rifà ai modelli Leonardeschi della composizione piramidale, si riconosce al vertice la Madonna e il Bambino, collegati, attraverso un gioco di sguardi e di gesti, con il San Francesco e il San Giuseppe che ne costituiscono la base, mentre nell'angolo in basso in primo piano, vi sono i ritratti di due membri della famiglia Piombini e dall'altra parte un'altra figura in preghiera, forse Santa Chiara?
Un'immagine chiara e di semplice comprensione, con la precisa funzione di suscitare, a livello emotivo, commozione e sentimenti di devozione religiosa.
In una visione familiare, quotidiana e sensibilmente naturalistica, il pittore ricerca un'arte fatta di affetti, legata a uno svolgimento interiore, contemplativo, come attua nella figura trasognata di San Giuseppe, che diviene modello morale ed esortazione al riguardante di fare lo stesso.
La tela è ammirabile per un libero dispiegarsi di ricchezze cromatiche, con effetti di morbida effusione atmosferica, che si inseriscono in una moderna concezione delle figure, fluttuanti in uno spazio vitale costruito dai gesti, dagli atteggiamenti, dalle emozioni e dalle comunicazione degli sguardi.
Altro elemento fondamentale è la luce, grande strumento d'animazione ed insieme il sintomo dell'esaltazione emotiva.
L'opera di Ludovico riassume in sè il connubio tra l'agitazione del barocco e l'osservazione naturale, pittura di fuoco e di tocco, di retorica ma anche di passione.
La pala era collocata sul primo altare a destra, cappella di proprietà della famiglia Piombini di Cento.
I due personaggi effigiati sono ricordati da memorie manoscritte e si tratta di Pietro Antonio Piombini e la moglie Elisabetta Dondini, ma potrebbero non essere i committenti della pala, ma due personaggi ai quali il committente, indicato in Giuseppe Piombini, era legato da non precisati vincoli di parentela, forse si trattava dei genitori.
La fortuna critica dell'opera si è notevolmente avvantaggiata dalle osservazioni della storiografia, antica e moderna, circa i ripetuti studi che su di essa compì il Guercino.
Giulio Mancini riferisce dell'importanza della pittura di Ludovico per la formazione del pittore centese; Francesco Scanelli ricorda che l'artista cercò di imitare più volte la tela carraccesca.
Carlo Cesare Malvasia racconta che lo stesso Guercino gli "confessò più volte d'aver fatto sommo studio sulla tavola di Cento", mettendo in luce "che il suo colorito di tanto energia, fu il primo motivo e unico esemplare del tanto gradito tingere del Barbieri".
Inoltre, il Malvasia ci ricorda come l'artista chiamasse l'opera di Ludovico la "mia cara cinna" dal quale ne derivò l'intitolazione di "Carraccina", giocando, quindi, sull'equivoco che dà luogo quest'ultima parola pronunziata secondo il dialetto Centese che suona come "cara zinna", cioè "cara poppa", per evidenziarne come da essa ne avesse preso il primo alimento.
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