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17_702
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Madonna con Bambino e i santi Giovannino, Pietro e Paolo tra le nuvole e, in basso Bartolomeo e Geminiano

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Largo Porta S.Agostino, 337 – Modena (MO)

Dalle Catene Gian Gherardo

notizie 1507-1543

dipinto

tavola/ pittura a olio
cm
295(a) 177(la)
sec. XVI (1533 – 1533)

n. 22

Dal 1787 risulta documentato in Palazzo Comunale, dove nel 1842 venne danneggiato da un incendio al quale tentò di porre malamente rimedio Rinaldo Boldrini. Le ridipinture condotte in quella e in successive occasioni sono state di recente rimosse. A partire dal Cittadella (1870) venne riconosciuto nell’ancona eseguita dal Dosso per l’oratorio di San Giovanni della Buona Morte di Modena e al centro, nel 1542, di una controversia tra la Santa Unione e gli eredi del pittore (T. DE’ BIANCHI DE’ LANCELOTTI, sec. XVI, ed. 1862-1884, VII, pp. 314-318, 366). Su questa base fu riferito allo stesso Dosso e poi declassato a opera di bottega (MEZZETTI 1965). Tale identificazione è stata però messa in dubbio da Ferretti (1982), secondo il quale si tratterebbe di “un malinteso aggancio documentario” non argomentato da “nessuna circostanza concreta”. In alternativa è stata di recente affacciata l’ipotesi di una provenienza dall’altare maggiore dell’antica parrocchiale di San Bartolomeo, distrutta agli inizi del XVII secolo per far posto al nuovo complesso gesuita (CREMONINI 1997). La presenza tra le nubi dei santi Pietro e Paolo si giustificherebbe in base all’appartenenza della cinquantina di San Bartolomeo al quartiere di San Pietro, mentre un inventano degli arredi della chiesa attesterebbe la presenza nel 1533 di “una anchona nova con figure fatta suso l’altare grande”. Quanto alla paternità del dipinto, dopo che Ferretti (1982) ne aveva ritenuto responsabile, a una data “intorno al 1550”, l’autore del gruppo stilistico da lui denominato ‘Pittore modenese in Lucchesia’, operante in dipendenza dai modi di Gian Gherardo dalle Catene, la successiva identificazione di tale anonima personalità con lo stesso Gian Gherardo, operata sulla base di ulteriori ritrovamenti documentari (CONCIONI, FERRI, GHILARDUCCI 1988, pp. 234 e sgg.), ha portato a ricondurgli anche questo dipinto e a precisarne una data di esecuzione prima de1j535, quando egli si trasferisce definitivamente a Borgo a Mozzano, in territorio lucchese. Rivalutata solo in anni recenti, la fisionomia di Gian Gherardo si è rivelata importante per la miglior definizione della pittura modenese negli anni che precedono l’avvio di Nicolò dell’Abate, col quale non sono mancati in passato significativi scambi attributivi (BENATI 1984, p. 109). Se nelle opere pertinenti alla sua giovinezza egli si rivelava in grado di temperare le novità cromatiche del Dosso, col quale è in sicuro rapporto nel 1518, con un sobrio classicismo che lo rivela attento alle soluzioni esperite a Modena da Antonio Begarelli, in seguito sarebbe venuto in contatto con la Maniera centro-italiana. La sua attività tarda si svolge in prevalenza per le chiese delle località montane della Lucchesia: già nel 1531 è chiamato dal modenese Alberto Mancianelli per eseguire una pala da altare a Borgo a Mozzano e in seguito lavorerà per altri centri (Casalbasciana, Corsagna, Lammari, ecc.). Ciò che maggiormente colpisce nei suoi dipinti estremi è il progressivo scadimento su un piano di mera artigianalità, denunciato anche dal frequente ricorso agli stessi cartoni e già riconoscibile nel dipinto qui esaminato. Se la provenienza da San Bartolomeo potesse essere ulteriormente comprovata, l’inventario del 1533 avvalorerebbe dunque la datazione proposta su base stilistica.

Bibliografia Benati D./ Peruzzi L. (a cura di)
Musei Civici di Modena. I dipinti antichi
Modena
Franco Cosimo Panini Editore
2005
pp. 46, 48

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