
n. 160
Lekythos ariballica in argilla rosa-arancio, vernice nera lucente, sovraddipinture in bianco. Sul collo serie di bacellature e sulla spalla fascia di ovuli intervallati da puntini. Sul corpo Eros ermafrodito ed alato, seduto su di una sorta di sedile decorato a fasce e a reticolato. Il capo, con capelli racchiusi in una cuffia, è volto a sinistra. Nella mano sinistra regge un cofanetto con il coperchio sollevato. Alla sua destra un fiore campaniforme con pistillo, alla sua sinistra una pianta di lauro con foglie lanceolate a coppie. Il terreno e rappresentato da una linea risparmiata. Fondo e parte del piede risparmiati.
La ceramica italiota a figure rosse è rappresentata nella collezione Venturini da esemplari attribuibili alla ceramografia apula del IV sec. a.C.
Essa nasce, con molto anticipo rispetto a quella pestana, nell'ultimo trentennio del V sec. a.C. e fin dai suoi inizi annovera una personalità rilevante, il Pittore di Sisifo, che da vita in vasi di grandi proporzioni ed impegno alla tradizione dello "stile ornato", ampiamente sviluppatosi poi fino agli ultimi decenni del IV sec. a.C. Contemporaneamente egli crea una corrente parallela: lo "stile semplice", con vasi più modesti e figurazioni meno complesse, che perdurerà anch'esso per tutto l'arco del medesimo secolo. Così articolato ed originale si presenta il quadro di questa produzione che sarebbe lungo seguire passo per passo l'attività dei singoli ceramografi e degli innumerevoli gruppi fioriti intorno ad essi; ci si limita perciò a considerare soltanto alcuni motivi caratteristici della seconda metà del IV sec. documentati dai vasi della raccolta Venturini.
La presente lekythos ariballica porta la tipica raffigurazione di un Eros come sempre è rappresentato nella ceramica apula: giovane ed androgino, alato, con i capelli acconciati in ciuffo secondo una moda tipicamente femminile, vistosamente ingioiellato e recante nelle mani oggetti tipici del tiaso dionisiaco (nel nostro caso un cofanetto).
Il significato preciso di questa figurazione sfugge, ma è probabile che celi un'allusione – non si dimentichi che la maggior parte di questi vasi era destinata al corredo funebre – alla vita ultraterrena od un riferimento al culto orfico, così diffuso nell'Italia meridionale preromana.
L'oggetto esaminato proviene da Teggiano, dono Macchiaroli (1878).
Attorno al 340 – 330 a.C.
Bibliografia
Lenzi F./ Pagliani M. L.
Carlo Venturini tra collezionismo e antropologia
Bologna
CLUEB
1982
pp. 38-41