
n. 3359
Le opere d'arte di Nanni Menetti (alias Luciano Nanni e viceversa) hanno tutte un denominatore comune che le accompagna nella loro genesi: la metafora visiva, un segno, dell'incidenza che le piccole ferite del quotidiano hanno sulla materia fisica e psicologica, trasformandola in rinnovata 'forma formante' (Menetti). Con coerenza estrema e fine ragionare Nanni Menetti è passato da un ruolo attivo e antropocentrico, come le micro-violenze perpetrate con la scrittura sulla carta casualmente piegata in allusive forme evocative della mitologia e della filosofia, che tende e sottende la vita professionale dell'artista, ad un ruolo più contemplativo ed estatico dove lascia che sia un agente esterno e naturale, il morso del gelo, aiutato dal segno della mano umana, ad agire sulla faesite o sul legno, preparati dal colore, a disegnare le crio-grafie: espressione di un nuovo, brevemente eterno, equilibrio osmotico tra l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo. Come un alchimista dell'esistenza egli, nel corso della sua più che coerente ricerca artistica, pare suggerirci dapprima, con le microviolenze, una sorta di consapevolezza delle reazioni provocate dalle nostre azioni, dove anche le più piccole nel quotidiano nascondono la violenza sublimata della loro incidenza, per poi arrivare alla manifestazione di come fenomeni esterni e naturali, più o meno governabili, operino patentemente ulteriori disagi, violenze ed utopie sulla materia, umana e conseguentemente artistica. Infatti, il ciclo i geloni è ispirato ai dolorosi arrossamenti che coglievano la pelle dei bambini nel periodo festoso del Capodanno, ma i colori ed i segni che compongono le sue opere astratte raggrinzite dal freddo non alludono solo alla pelle, ma sono anche metafora dello spazio e dei colori dell'anima, frustrata nei suoi progetti esistenziali d'eternità dai disegni imperscrutabili del divino e delle sue manifestazioni macro e microcosmiche, ma soprattutto dalla più grande delle ferite narcisistiche: l'accettazione da parte dell'uomo di essere mortale (Freud).
E' impossibile non condividere quanto afferma Renato Barilli (2006) introducendoci a questo ciclo di lavori di Menetti: "tutti conoscono la vecchia formula della filosofia scolastica secondo cui l'Arte è figlia di Natura; a complicare le cose, ci sarebbe anche da ricordare che questa a sua volta è figlia di Dio, ma il nostro Nanni [.] si avvale della semplificazione introdotta dal razionalismo di Spinoza per cui Dio e Natura sono la stessa cosa [.] e la natura ha più fantasia di noi" . Ed ecco, allora, che Nanni Menetti lascia fare all'im/perfezione della natura, al gelo, e lascia che esso lavori la tavola creando un codice nuovo – la 'forma formante', appunto – sul quale egli enuncia i propri significati organizzandoli in un lessico semiotico di tipo micro-strutturalista che, per via di metonimia e metafora, raggiunge esiti illusivamente naturalistici che fanno appartenere la sua ultima ricerca a ciò che io interpreto come naturalismo-concettuale, ossia una koinè emiliana che, sulla scorta di un'ipotesi di sviluppo attuale dell'ultimo naturalismo arcangeliano, si avvalora dell'esperienza concettuale svolgendosi in un'odierna sinestesia, di tipo sintattico, che accomuna questa ricerca di Menetti a quella di Pinuccia Bernardoni, a quella di Davide Benati, alle "Arpe d'erba" di Germano Sartelli e al ciclo dell' "Albero della ruggine" di Maurizio Bottarelli: artisti che partendo da un dato di natura lo astraggono e lo rielaborano teoreticamente a nuove forme e significati, mantenendo il dato di natura quale codice simbolico e pattern sintattico all'interno di lavori che aprono a rinnovata semantica. Forme naturalistiche e organiche che, nel caso delle crio-grafie di Menetti, assumono significato e significante rinnovati attraverso l'intervento di agenti e forze imperscrutabili e talvolta indomabili, come l'azione immediata del gelo sulla materia.
Parlando di Dino Campana, Ezio Raimondi ricorda che "un poeta anche quando è un viandante avventuroso e creaturalmente disperato, sa cogliere sempre il vero di un luogo, la natura profonda di una condizione umana che, nel flusso del tempo, condivide il destino secolare di una terra faticosa ma amica". E questa natura profonda dell'essere è quella che ricerca, in terra di Monzuno, Nanni Menetti il cui percorso artistico trae radici dalla poetica neodada di Nuova Scrittura e prosegue, per le microviolenze, nella generazione di ready made tratti dagli oggetti dello scrivere e del pensare come carte carbone, veline, fotografie e parole, assemblate in quadri; e per le crio-grafie, dai felici accenti cromatici coniugati ai segni dell'uomo e al disegno del gelo, l'equilibrio materico ed estetico viene raggiunto dalla compresenza di significati e significanti antitetici, ma poeticamente complementari, come un ossimoro 'ibernato' consegnato alla posterità.
Bibliografia
Raimondi P.
Depth of the surface Edward Evans Nanni Menetti
Castel Maggiore
Book
2004
Bibliografia
Coen V. (a cura di)
11 Artisti sulla via degli dei
2005
107 p.
Bibliografia
Barilli R. (a cura di)
Nanni Menetti. Geloni. Progetti frustrati d’eternità
Bologna
Editrice Compositori
2006