
Bologna
Il Settore Patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna è nato il 1 gennaio 2021, data in cui sono confluite le funzioni regionali in materia di patrimonio culturale dall’Istituto beni artistici, culturali e naturali all'interno dell'Assessorato cultura e paesaggio della Regione, con l’obiettivo di rafforzare il lavoro avviato e consolidato in tutti questi anni dall’Ibacn in linea con quanto previsto dalle Legge regionale numero 7 del 26 novembre 2020 "Riordino istituzionale e dell'esercizio delle funzioni regionali nel settore del patrimonio culturale". L'Ibacn nel corso degli anni ha avuto una costante attività di conservazione, catalogazione, valorizzazione e promozione dell'arte del Novecento del territorio, attraverso azioni di restauro, pubblicazione di ricerche, banche dati, mostre e convegni.
L’Istituto, ora Settore, ha sede dal 2004 a palazzo Bonasoni, dimora storica situata in via Galliera 21, che sorge sulle antiche case dei Caccianemici dall’Orso, importante famiglia cittadina ricordata nel toponimo della strada contigua.
Nel 2007, prendendo spunto dagli imprenditori illuminati che hanno voluto migliorare il clima emotivo aziendale attraverso l’esperienza estetica, l'Istituto diede vita al progetto per il Centro Regionale del Catalogo, 10 artisti per i beni culturali dell’Emilia-Romagna, che si connotava da subito come mostra permanente, reale e virtuale, dedicata all’arte contemporanea della nostra regione, proponendo la valorizzazione delle opere d’arte di artisti del territorio che ebbero l’estrema sensibilità di donare alcune opere affinché gli ambienti del palazzo divenissero più ergonomici ed emotivamente gradevoli per i fruitori, interni ed esterni, migliorando così la qualità del lavoro e con la consapevolezza che “l’estetica è insieme un’etica, un principio ordinato e responsabile di stile di vita, non ignaro del suo complemento economico” (E.Raimondi).
Gli artisti coinvolti furono: Pinuccia Bernardoni, Maria Assunta Karini, Davide Benati, Nanni Menetti, Massimo Pulini, Antonio Violetta, Mario Nanni, Alberto Zamboni, Luka Moncaleano e Andrea Renzini.
Con lo stesso spirito sono state successivamente donate, stratificandosi sulle pareti e negli spazi del palazzo la Tenda al mare dedicata al 150° dell’unità d’Italia realizzata da Tonino Guerra e donata dall’Amministrazione comunale di Cesenatico anche come segno di gratitudine al sostegno culturale offerto negli anni alla fortunata rassegna; la donazione di 17 opere d’arte contemporanea dell’imprenditore mecenate Francesco Amante in occasione della nascita del Servizio Patrimonio culturale nel 2020.
In particolare, la collezione Amante riguarda opere di pittura, tecniche miste e fotografia. Simon Morley (1958, Eastbourne, UK) indaga sui rapporti tra la città e la cultura comunista tra gli anni '40 e gli anni '50; l’austriaco Paul Renner (1957) immette nei suoi dipinti elementi fantastici, onirici e visionari; Kati Heck (1979 Dusseldorf) crea i propri dipinti attraverso l’assemblaggio di figure, oggetti e simboli, che insieme sembrano narrare una storia enigmatica; l’artista macedone Robert Gliglorov (1959) cerca di generare shock nel visitatore, creando un corto circuito sensazionalistico tra reale e immaginario, volendo scandalizzare o addirittura disturbare; Boubacar Touré Mandémory (1956, Dakar) sviluppa la sua ricerca intorno ai principali rapporti e allo studio accurato dei gruppi etnici del Senegal e dei paesi vicini, contribuendo al riconoscimento della fotografia senegalese al di fuori dei confini nazionali; Emil Lukas,(1964, Pittsburgh, USA) attraverso l'uso sperimentale di materiali organici e inorganici, arriva a generare una complessità formale ottenuta mediante processi di scoperta e sperimentazione; Alfio Giurato (1978) presenta nei suoi lavori un garbo assoluto nell'“astrazione” di un corpo che mantiene la struttura di matrice classica; Luigi Mainolfi (1948) non risulta smentito nemmeno dalle sue opere bidimensionali che possono essere definite sculture piatte concettuali. I suoi "Tentativi di esistenza" diventano autoritratti catartici dell'artista, particolarmente emozionanti, soprattutto in relazione alla vicenda biografica; Flavio Favelli (1967) si contraddistingue anch’egli per la forte componente autobiografica di cui le sue opere relazionali e concettuali si caricano, intrecciandosi alle vicende collettive della storia; Francesca Galliani (1962) è da sempre interessata a tematiche sociali di grande attualità, come la violenza sulle donne e i diritti della comunità transgender; Alessandro Aldrovandi (1968) trae linfa dalle istanze della pittura segnica e negli ideogrammi orientali; Luigi Carboni (1957) riflette frequentemente sul concetto di griglia e di struttura reticolare, mostrando la forza organizzativa della superficie dei suoi dipinti; Karin Andersen (1966, Burhausen, D) le cui figure pongono di fronte al nostro sguardo la questione del rapporto con l'alterità, presentandosi come corpi sospesi, ambigui, diversi, forse provenienti da altri pianeti, o umanoidi che fanno pensare sull’attuale condizione umana.
Dal 5 maggio 2021 sempre a Palazzo Bonasoni è presente l’opera Trittico di Pinuccia Bernardoni, donata alla Regione Emilia-Romagna. L'opera, allestita nell'atrio del palazzo, è stata realizzata dall’artista nel 1990, in una fase della sua ricerca in cui l’artista esplora le possibilità espressive della lamiera di ferro. I lavori di questo periodo nascono dall’esigenza di Bernardoni di uscire dall’elemento carta, utilizzato nella fase precedente del suo percorso, iniziando dapprima a impiegare ferro e carta, per poi arrivare alle prime forme completamente di ferro. Se nelle opere in carta e ferro Bernardoni ricercava le corrispondenze tra pelle e ossatura, tra la componente morbida della carta e la componente dura del ferro sul quale la carta si piega, approdando all’uso del ferro la sua riflessione cambia e si concentra sui valori che questo materiale è in grado di evocare; il ferro nega la sua stessa pesantezza e acquisisce un senso di leggerezza, svuotandosi e ripiegandosi su se stesso, attraverso un processo frutto di una precisa progettualità che la avvicina alla Process Art e in particolare a Eva Hesse.
Pubblicazioni e cataloghi Una politica dei beni culturali./ Emiliani A. – Torino: Einaudi editore, 1974
Pubblicazioni e cataloghi Collina C. (a cura di), I luoghi d'arte contemporanea in Emilia-Romagna: arti del Novecento e dopo – 2. ed. aggiornata, Bologna, Clueb, 2008.
Storia dell’edificio
Dimora storica di via Galliera, palazzo Bonasoni sorge sulle antiche case dei Caccianemici dall'Orso, importante famiglia cittadina ricordata nel toponimo della strada contigua; Elisabetta Landi (Palazzo Bonasoni: la nuova sede dell'IBC, in "IBC", XI, 2003, 4) ne ha tracciato un esauriente profilo storico-artistico raccontando come nel 1399 il blocco edilizio fu venduto ai Villanova, per poi passare ai Bonasoni, che conseguirono la cittadinanza nel 1472, distinguendosi con Giovanni di Antonio, docente di diritto canonico all'università, e con i figli. Soprattutto Galeazzo, insignito nel 1544 da Carlo V del titolo di cavaliere e conte palatino. Il testamento, del 1556, menziona sia l'acquisto che i lavori per il "palazzo ornato" di via Galliera, riferiti dalla critica all'autore dell'Archiginnasio, Antonio Morandi detto il Terribilia, per affinità con il prospetto di palazzo Orsi, eseguito nel 1560. Al portico, risalente al cantiere Scardovi o a quello Dina, si sarebbero poi sovrapposte le decorazioni dei capitelli, ispirati ai disegni romani dell'Aspertini e considerati tra gli esempi più pregevoli nel repertorio della scultura urbana bolognese.
Il palazzo subiva diversi cambi di proprietà, nel corso del tempo: dai Tanari ai Ranuzzi, committenti di una prospettiva del Mitelli, perduta, di fronte alla loggia d'ingresso. Nel 1804 subentrò il marchese Francesco Scarani, quindi la famiglia Zucchini e i Bevilacqua; dal 1931 gli Zerbini, i Pellegrini-Quarantotti e infine i Gamberini. Al cantiere Bonasoni sono riconducibili alcune decorazioni dove si scorgono allegorie e paesaggi riconducibili, in generale, alla cultura di Niccolò dell'Abate; mentre i soffitti delle sale ottocentesche (committenti i marchesi Scarani?) scanditi da muse, inquadrate insieme a putti da ornamentazioni neo rococò, attribuiti da Landi a Girolamo Dalpane, autore degli affreschi nei palazzi Spada e Malvezzi dè Medici. Infine, la Venere in marmo adagiata in una nicchia aperta sul cortile: l'opera troverebbe riferimenti stilistici nell'ambito di Cincinnato Baruzzi e più precisamente nel suo allievo Carlo Monari, a cui la scultura è attribuita da Claudia Collina, e si daterebbe all'ottavo decennio dell'Ottocento, come inducono a ritenere stilemi classicisti volti a una definizione in senso verista, colta soprattutto nei dettagli.
Dati specifici Sottoclasse: Arte figurativa
Dati specifici Sottoclasse: Arte concettuale
Dati specifici Sottoclasse: Arte astratta
Dati specifici Sottoclasse: Multimediale