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lapide tombale
n. 1655
La lastra si presenta con la raffigurazione del gisant, il defunto disteso, che in questo caso ha le mani incrociate sul basso ventre. Come per le altre lastre terragne, la raffigurazione del libro, simbolo della casta dottorale, viene ripetuta più volte. Il defunto ha la testa che poggia sul cuscino mortuario con le nappine ai lati, lievemente inclinato verso destra, posto all'interno di una nicchia collocata su colonne tortili. Ai suoi piedi sono rappresentati in un rigido scorcio quattro libri che poggiano sopra il basamento con l'iscrizione. Al di sopra dell'arco ritroviamo invece due bei fregi ad acanto che cingono lo stemma di famiglia sulla destra e sulla sinistra, mentre un giglio, il lambello guelfo, li divide al centro. (P. Cova 2007)
Nella lastra di Bernardino Zambeccari palesi apparivano e appaiono le affinità stilistiche con l'arca di Bartolomeo da Saliceto firmata da Andrea da Fiesole, così, Cesare Gnudi attribuì l'opera al medesimo autore. […] Si tratta di un'opera particolarmente sontuosa anche per la vasta decorazione a tralci di vite e l'abbigliamento ricercato del defunto. Importanti risultano poi le novità spaziali della scultura toscana che Andrea importa nella realtà bolognese. Nonostante un'aurea ancora spiccatamente tardogotica, si noti l'inserimento del defunto nell'arco, il corpo di Bernardino emerge con una prepotenza che non trova paragoni coevi nelle sepolture terragne. La stessa profondità della figura, esaltata da un vivace e mimetico naturalismo che raggiunge il suo apice nella stringente somiglianza fisionomica, probabilmente modellata su una maschera mortuaria, evidenzia quegli elementi di novità pre-umanistici che lo scultore aveva assorbito nella sua formazione nei cantieri fiorentini. L'autore mostra una viscerale incisività espressiva e una grande cura dei particolari tesa a celebrare la dignità accademica del defunto esaltandolo attraverso la lunga tonaca dal fluente panneggio, il vaio d'ermellino con gli stemmi di famiglia e i libri, facoltoso simbolo della professione. Andrea da Fiesole nel terzo decennio del Quattrocento mostra così di aver pienamente meditato la primigenia lezione ghibertiana (Arca di Bartolomeo da Saliceto, Inv. 1648), che ora combina con stilemi mutuati dell'opera del senese Jacopo della Quercia, proprio in quegli anni attivo per la Porta Magna di San Petronio. (P. Cova 2007)
Bibliografia
Introduzione Museo
Introduzione al Museo Civico Medievale, Palazzo Ghisilardi-Fava
Bologna
1987
pp. 62-63, n. 29
Bibliografia
Breveglieri B.
Scrittura e immagine
Spoleto
1993