
ambito bolognese
base di acquasantiera
n. 1614
Base circolare di acquasantiera con quattro figure di telamoni ad altorilievo. Appaiono semi-nudi, in abiti dismessi da schiavi e manovali, e mostrano le tornite muscolature classicheggianti. Ognuno di loro con la mano destra sorregge il basamento, mentre nella sinistra impugna o un lembo di veste, o due cordoni, o un attrezzo, forse un'aratro o una grossa pialla. (P. Cova 2007)
La notevole fortuna critica dell'opera, ha favorito tutta una serie d'indagini che a più riprese, ne hanno variato anche radicalmente l'attribuzione e la cronologia. Infatti se Venturi nel 1904 lo riteneva opera della scuola veronese del XIII secolo, Toesca nel '27 propendeva per l'area lombarda, Supino (1932) e successivamente Jullian (1945 – 1952 – 1960) si orientarono invece sul mondo emiliano proponendo un'attribuzione diretta all'Antelami. Cesare Gnudi (1952), evidenziando una commistione stilistica tra elementi nordici e classici, orientò la datazione oltre la metà del XIII secolo indicando una matrice affine agli orientamenti delle botteghe di Nicola Pisano e Arnolfo. Nel 1952 il De Francovich (ripreso dal De Maffei nel '58), contrastando per certi versi la presunta radicale originalità del basamento e limitandone la qualità realizzativa, evidenziò in esso la confluenza della corrente antelamica e della matrice campionese. Sulla scorta di queste osservazioni la Serra nel 1961 propose il nome di Anselmo da Campione e optò per una datazione al 1250. Succesivamente Renzo Grandi (1976 e 1982) e Mazza (1987) riprendendo la linea di Gnudi, proposero una data di esecuzione posteriore al 1267, sottolineando la dipendenza del basamento all'arca di San Domenico. La Romano (1987) riprende l'accostamento del De Francovich con il candelabbro pasquale della Cappella Palatina, rivitalizzando la lettura dell'opera come affascinante esempio del classicismo gotico, pienamente inserito nel panorama della scultura del Duecento italiano. L'intervento del Tigler nel 1995, sottolineando il "vago carattere federiciano", accosta l'opera ai telamoni del maestro Rodovan della cattedrale di Traù, alla mano emiliana del Maestro dei mesi di Ferrara e al portale della cattedrale di San Marco. Giovanni Romano nel 2000 sostiene che il riferimento ai telamoni di Traù fissa una data, il 1240, che per il basamento è certamente difficilmente valicabile. In quest'ottica si sottolinea il debito con la scultura padana, consci che la deriva classicista potrebbe richiamare da un lato, elementi tipici dell'humus stilistico federiciano d'estrazione meridionale, che spiegherebbe almeno in parte i rimandi alla bottega di Nicola Pisano, e dall'altro una serie di accenti grotteschi di matrice nordica. "Una lettura sensibile e affascinata dei modelli della scultura antica" (Giovanni Romano 2000), una via verso il realismo estremo che in due dei telamoni, rispettivamente quello con cuffia che regge il manto con la mano destra e l'altro con i ricci e al fianco la pialla, raggiunge un livello di eccellenza nella caratterizzazione anatomica tale, che può essere ipotizzata l'effettiva ripresa di modelli tardo antichi, forse mutuati addirittura dalla scultura bronzea. (P. Cova 2007)
Bibliografia
Introduzione Museo
Introduzione al Museo Civico Medievale, Palazzo Ghisilardi-Fava
Bologna
1987
pp. 37-38, n. 11
Bibliografia
Medica M. (a cura di)
Duecento: forme e colori del Medioevo a Bologna
Venezia
Marsilio
2000
pp. 149-151, n. 31