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Giuditta con la testa di Oloferne

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Largo Porta S.Agostino, 337 – Modena (MO)

ambito emiliano

dipinto

tela/ pittura a olio
cm
116(a) 101(la)
sec. XVII (1630 – 1654)

n. Ser. 13

Nel quadro la figura di Giuditta è preponderante: un fascio di luce da sinistra ne illumina l'espressione sconvolta e l'abito voluminoso. Con una mano regge la testa di Oloferne, con l'altra la spada. Alle sue spalle, illuminata solo in parte, emerge dall'ombra la figura dell'ancella.

Dopo aver decapitato Oloferne, l'oppressore di Betulia, Giuditta ne ripone la testa entro un sacco, aiutata dalla fida ancella Abra. L'episodio biblico (Giuditta, 13, 10), già ampiamente trattato dalla pittura cinquecentesca, incontra grande fortuna nel corso del XVII secolo, in coppia talora con il tema analogo per efferatezza di Giaele e Sisara, per il significato non solo di exemplum virtutis ma anche, entro un'ottica cristiana, per quello di prefigurazione della Madonna, attraverso la quale si compiono la sconfitta del peccato e la redenzione dell'umanità: un'implicazione ben nota alla letteratura edificante del tempo e soggetta anche ad essere raffigurata su scala monumentale, come ben testimonia il suo inserimento entro il "sermone figurato" nella volta della basilica della Ghiara a Reggio, dove entrambe le eroine bibliche figurano con questo preciso significato, la prima ad opera di Leonello Spada e la seconda di Luca Ferrari.
A quest'ultimo spetta il dipinto in esame, in cui ciò che interessa l'artista è la possibilità di inscenare l'episodio con il ricorso ad un'attrezzatura scenica di grande pregio: le vesti riccamente ricamate e aperte sul generoso décolleté di Giuditta e i ricchi gioielli sottolineano le accorte movenze delle due donne, ben individuate nei caratteri: ancora agitata e palpitante l'eroina per il gesto appena compiuto, sgomenta e preoccupata l'anziana ancella, che sembra invitarla ad affettarsi in un contrappunto espressivo di grande impatto melodrammatico. Anche la luce partecipa di questa accorta regia, che proietta l'immagine su un piano fortemente teatrale, come se le due donne stessero recitando sotto il raggio dei riflettori. La tela è stata resa nota nel 1989 da Massimo Pirondini, che ne ha riferito l'esecuzione all'ultima fase padovana del pittore; un riferimento che Barbara Ramponi (1999) ha ulteriormente precisato in rapporto con gli affreschi nella villa Selvatico Emo Capodilista a Battaglia Terme, eseguiti nel 1650, per la presenza nel riquadro con la Fuga di Antenore da Troia di una vecchia analoga a quella qui raffigurata. Rispetto alla macchinosità degli affreschi citati, caratterizzati per partiti di panneggio un po' schematici e geometrici, il dipinto si avvale però di una condotta pittorica più fragrante e densa ancora di umori naturalistici, che spinge ad arretrarne la datazione agli ultimi anni dell'attività reggiana, quando il linguaggio di Luca appare ancora mirato a meglio contemperare le diverse componenti, emiliana e veneta, che avevano presieduto alla sua formazione. In questo senso appare significativa la possibilità di confrontare il volto di Giuditta con quello parimenti intenso e anelante dell'ancella nelle Nozze di Cana, il grande dipinto datato 1649 tuttora in San Pietro a Reggio Emilia, o, più indietro, con i personaggi che danno vita agli affreschi nel braccio meridionale della basilica della Ghiara (1647-1648): con la Verginità nel sottarco ad esempio, o con la stessa Rachele, posta però di profilo, nell'affresco con Rachele e Giacobbe al pozzo.

Bibliografia Pirondini M.
Manni Graziano/ Negro Emilio/ Pirondini Massimo (a cura di)
Arte emiliana. Dalle raccolte storiche al nuovo collezionismo
Modena
Artioli Editore
1989
106-107

Bibliografia Pirondini M.
Manni Graziano/ Negro Emilio/ Pirondini Massimo (a cura di)
Arte emiliana. Dalle raccolte storiche al nuovo collezionismo
Modena
Artioli Editore
1989
106-107

Bibliografia Piccinini F./ Stefani C. (a cura di)
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2009

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