
1635/ 1709
dipinto
n. 44
In virtù dell’attribuzione al Domenichino (ma anche, è da presumere, dell’accattivante verità dell’immagine) la tela ha costituito uno dei pezzi più pregiati della Galleria Campori, così da figurare sul frontespizio del primo catalogo a stampa (1924) e poi, con una scelta a quel punto inevitabile, su quello della mostra Collezionisti si nasce (Vignola 1996), dedicata alle vicende della raccolta. Nel frattempo il nome del Domenichino si era dissolto e il dipinto, oggetto pur sempre di ammirazione, aveva navigato a vista tra secche e correnti improvvise, che facevano mutare rapidamente rotta al problema attributivo da esso proposto: scuola di Guido Reni, Lanfranco, addirittura Solimena (questo era il parere avanzato da un conoscitore della tempra e della fantasia di Carlo Volpe). In tale situazione, l’approdo sul nome del modenese Francesco Stringa, proposto per la prima volta da chi scrive in occasione della mostra del 1996, ha avuto davvero il carattere di un ‘ritorno a casa’. Il referente bolognese invero non vi mancava; ma, piuttosto che in direzione dello Zampieri, si trattava di coglierlo in quella di Simone Cantarini e poi di Flaminio Torri, responsabili della solida conversione naturalistica impressa, ancora dentro la sua bottega, alla tradizione di Guido Reni. Torri, in particolare, è ben presente nel bagaglio culturale di Stringa, che gli era successo nella carica di sovrintendente alla raccolte artistiche della casa d’Este e che ne sviluppa ulteriormente la propensione per una pittura di netti contrasti, quasi in bianco e nero. Presa questa strada, l’attribuzione diveniva lampante: il modo di sfruttare il colore della preparazione in vista dell’intonazione bruna e ribassata, lo scivolare delle lumeggiature sulla stoffa, i lustri sul naso e sulle labbra e ancora la grazia leziosa che promana dall’immagine sono infatti altrettanti segni distintivi di questo affascinante quanto imprevedibile pittore modenese, di cui gli studi stanno chiarendo sempre meglio la versatilità. Assai simili risultano infatti, sia per l’effetto di fisica consistenza raggiunto mediante il gioco espressivo della luce con l’ombra che per l’identico impatto conferito ai bianchi delle stoffe, i personaggi che prendono parte alle due tele con la Morte della Vergine e la Morte di san Giuseppe della chiesa del Voto a Modena e ancora alla grande Assunzione della Vergine della chiesa di San Carlo, eseguita tra il 1668 e il 1675 (BENATI, PERUZZI 1991, p. 150). Appare altresì problematico assegnare una precisa intitolazione al dipinto. La dizione di ‘sibilla’ adottata da Campori e da Malaguzzi Valeri mirava infatti a creare un terreno di confronto con il Domenichino, le cui sibille risultano però ben diversamente atteggiate: è difficile cogliere un atteggiamento profetico e visionario nello sguardo dolcemente intento della fanciulla che qui posa con tanta incantevole grazia. Vero e ideale convivono di fatto in questo risultato con una fragranza che, aldilà dell’innegabile filtro reniano, lascia ancora intuire la matrice naturalistica della ‘testa di carattere’, così come era stata pensata e usata dai Carracci.
Bibliografia
Benati D./ Peruzzi L. (a cura di)
Musei Civici di Modena. I dipinti antichi
Modena
Franco Cosimo Panini Editore
2005
pp. 69-70