
1614/ 1683
dipinto
Immortalato a mezzo busto, il busto del gentiluomo si impone con forza emergendo dal fondo scuro. Vestito con un abito nero ravvivato dal colletto bianco di batista sul quale si accomoda la lunga chioma castana, il giovane pare colto nel momento in cui rivolge lo sguardo scuro e vivace verso l'osservatore. Il piccolo formato del dipinto, propriamente "da stanza", indica una destinazione prettamente privata. In assenza di attributi caratterizzanti risulta pressochè impossibile recuperare l'identità dell'effigiato, che dimostra un'età inferiore a quarant'anni.
Il tradizonale riferimento a Giovanni Bernardo Carbone, abile ritrattista educatosi sugli esempi di Anton Van Dick, è senz'altro da confermare su basi stilistiche (come anche da comunicazione orale di Daniele Sanguineti, autore della monografia del pittore). Nato a San Martino d'Albaro (Genova) nel 1616, Carbone si forma nella bottega di Giovanni Andrea de Ferrari, dove stringe amicizia con Valerio Castello. Come ricorda il Ratti, suo primo biografo, dopo aver esordito come pittore di storia, comincia a dedicarsi soprattutto al ritratto. Com'è noto la parmanenza del pittore di Anversa a Genova nel corso della prima metà degli anni Venti del Seicento risulta decisiva per lo sviluppo della ritrattistica locale dei decenni successivi. Nella prima metà del secolo si contano in città numerosi ritrattisti più o meno influenzati dalla lezione vandikiana, impegnati a soddisfare la crescente richiesta da parte dei nobili, tra cui, oltre ai fiamminghi Jan Roos e Vincent Malò, anche i genovesi Luciano Borzone e Domenico Fiasella, ai quali Carbone riserva pure una certa attenzione. La sua prima opera certa risale al 1641 quando esegue il Compianto sul Cristo morto per la chiesa di San Martino di Zoagli, dove compare l'effige del committente Viccino, punto di partenza per l'analisi del suo nutrito catalogo composto "di ritratti ad olio di qualunque grandezza…". Alla produzione giovanile sembra appartenere anche la nostra tela, di ottima fattura, facilmente accostabile al Ritratto di gentiluomo del Museo Luxoro di Genova., licenziato dal Carbone attorno alla metà del quindo decennio del Seicento. Sono le stesse sia l'impostazione, sia la peculiarità della pennellata, nella quale è possibile riconoscere il suo personale ductus pittorico. Il dipinto della Collezione Masi costituisce dunque una preziosa aggiunta al catalogo del pittore che ci consegna una inedita prova intensamente psicologica di forte suggestione vandikiana, tra le più interessanti e riuscite sul versante della sua produzione "in piccolo", intima e privata, che conta pure il bel Ritratto di Dama della Collezione Durazzo Pallavicini di Genova, anch'esso ben avvicinabile al nostro nonostante appartenga ad una fase più tarda.
Bibliografia
Di Natale P./ Mazza A. (a cura di)
La Donazione Giuseppe Masi
Pieve di Cento
Comune di Pieve di Cento
2009
pp. 226-28