
1601/ 1663
dipinto
n. 20
San Mercuriale, vestito con i paramenti ascri, appoggia un piede sulla pietra del sepolcro, e, tenendo in mano un manipolo, rivolge lo sguardo alcielo. Alle sue spalle, alcuni chirichetti e di fianco un prelato con la xxxx. Nel cielo, quattro angeli: uno seduto su una nuvola suona l'arpa, un altro suona il violino in volo ad ali spiegate, gli altri due (uno ad ali spiegate) gioiscono ad ali spiegate, inrociandosi.
Questa tela fu realizzata in pendant a quella raffigurante la Gloria di San Valeriano e nei documenti d'archivio le due tele vengono dette i "quadroni". Da un rogito del 7 aprile 1642 del notaio Dando Dondi (Archivio Arcivescovile di Forlì) si apprende che al Cagnacci erano state commissionate, per la Cappella della Madonna del Fuoco nel Duomo di Forlì, le due tele per la tribuna e la decorazione della cappella stessa. Secondo quanto pattuito il pittore avrebbe dovuto terminare il lavoro entro un anno a partire dal giugno di quell'anno. Entro un anno avrebbe dovuto portare a compimento i due dipinti per i quali avrebbe ricevuto un compenso pari a quello spettante al Sacchi per la realizzazione del San Pietro e all'Albani del San Sebastiano, destinati sempre alla tribuna. Un altro documento del 12 settembre 1643 contiene l'accettazione, da parte dei Fabbriceri del Duomo, di nuove condizioni, relative alla tematica dei dipinti e al costo, imposto dal Cagnacci. Stando a una notizia del canonico Domenico Brunelli nel 1644 le quattro tele erano terminate e collocate nella tribuna. Cagnacci invece non eseguì la decorazione della tribuna cui si dedicò invece nel 1645 Angelo Michele Colonna. Varie sono le ipotesi avanzate dalla critica a motivare la mancata esecuzione: secondo Arcangeli o si trattò di ragioni contingenti ignote o di insoddisfazione dei committenti o di esitazione da parte di Cagnacci. Pasini (1867), più plausibilmente, suggerisce che forse furono i turbamenti politici e i moti di guerra dell'epoca: la conquista del ducato di Castro da parte del Duca di Modena e la resa di Forlì a Odone Farnese. La Romagna, infatti, non solo era minacciata dalla forte alleanza fra Toscana, Venezia e Modena, ma era anche indebolita dalla prepotenza delle truppe papali che spadroneggiavano nel territorio e non irrobustivano la difesa. "L'allontanamento del Cagnacci dalla Romagna potrebbe essere stato causato proprio da questa situazione che terminò con la rotta dei pontifici a Pontelagoscuro e l'accordo, garantito dalla Francia, del 31 marzo 1644". Il riconoscimento della qualità di queste due tele risale al 1952 quando Cesare Gnudi le pubblicò in occasione della "Mostra della pittura del '600 a Rimini"; seguì uno scritto di Francesco Arcangeli (1959) che coglie l'alta qualità del vero nella resa dei personaggi del Cagnacci: "Tutti sono insieme in questa concitata, genialissima fantasia; ma anche ognuno è per sè, preso, pur nella piena gloria del giorno, dal brivido ambiguo dell'ombra che, sotto l'epidermide del quadro, sotto quella velata ma sontuosa qualità cromatica che allude alla fonte veneta, affonda appena, tristemente, occhiaie, fossette, in questa carne; veramente umana, con la sua gravezza e la sua felicità d'ogni giorno". Le due tele, messe in opera nel 1644, furono trasferite nel 1699 presso il Duomo di Forlì, nelle pareti sopra le porte minori d'entrata. Dal 1851 si trovano presso la Pinacoteca.
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