
Il patrimonio asiatico del Museo Civico Archeologico Etnologico andò componendosi soprattutto nell'ultimo ventennio del XIX secolo, grazie ad alcune acquisizioni sporadiche e alle saltuarie donazioni dei turisti modenesi, con un'attenzione tutta particolare al Paese del Sol Levante.
Gli anni successivi al 1880 sono un'epoca di cambiamento radicale nei rapporti tra Europa e Oriente, in seguito al riassetto di rotte marittime commerciali, con l'inaugurazione del canale di Suez, e all'apertura del Giappone all'Occidente, con il nuovo corso politico dell'era Meiji (1868-1912).
Le merci acquistate dai viaggiatori modenesi sono prodotti destinati all'esportazione: è il caso del vasellame in bronzo, dell'armatura per samurai, che quando venne acquistata era già antiquariato, non più folklore; sono similmente concepiti per soddisfare la "voglia di esotico" degli Europei i vasi satzuma al centro della vetrina dedicata all'Asia, dono di Luigi Alberto Gandini, lo stesso collezionista che approntò la raccolta tessile della sala 8.
Mentre Carlo Boni nella sezione etnografica seguiva criteri positivisti comparativisti, l'approccio con la cultura asiatica, letterata, complessa, scomodamente non primitiva, doveva essere di tutt'altro stampo: un criterio artistico, talora permeato da un certo esotismo.
Il Giappone, per recuperare a tappe forzate la marcia tecnologica dell'Occidente, invitava in Giappone esperti europei – anche italiani – nei settori più vari: la pittura ad olio, la zecca statale, la zoologia, la poliorcetica e le esercitazioni militari (l'italiano Pompeo Grillo e il Braccialini, ad esempio, contribuirono a migliorare gli obici giapponesi). Come ogni flusso di acculturazione, non mancarono i "flussi di ritorno": i periti europei amavano spesso collezionare i prodotti dell'artigianato locale corrispondente ai loro interessi tecnici. Arrivarono così nei musei italiani, già nel XIX secolo, diversi esemplari di armi giapponesi.
Tra i modenesi che contribuirono all'incremento del patrimonio asiatico nel Museo di Modena, figurano il Tacchini (con oggetti di uso quotidiano dall'India e dalle isole Nicobar, lasciati dagli eredi nel 1906), il pittore Secondo Grandi (con pezzi cinesi), il Bompani (opere giapponesi, 1888), la collezione Pompilio Govi (acquisita nel 1890-1891).
Un secolo più tardi, la recente direzione di Andrea Cardarelli (negli anni Ottanta- inizi Novanta) fece riaprire la sezione etnologica, che era stata chiusa al pubblico per un ventennio.
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