
dipinto murale
Decorazione ad affresco raffigurante uno sfondato architettonico con finte mensole, finestroni e poggioli che si aprono ai lati lasciando intravedere talora il cielo, talora soffitti a cassettoni di ambienti circostanti. I peducci e le vele sopra la quadratura sono popolati da figure allegoriche femminili simboleggianti le virtù e da putti. Alcuni angioletti appoggiati alle mensole sostengono l'ovale centrale in cui compare la Madonna in gloria circondata dai santi Maurelio e Carlo Borromeo inginocchiati sulle nuvole. La scena è popolata anche da angeli e putti che recano rose alla Vergine.
La decorazione del soffitto di San Carlo rappresenta la prima importante commissione ottenuta da Giuseppe Avanzi, il pittore più rappresentativo del secondo Seicento ferrarese. Fu iniziata nel 1674, con la collaborazione del quadraturista Giuseppe Menegatti, allievo e collaboratore di Francesco Ferrari. La quadratura, come osserva il Riccomini, si rifà alla maniera bolognese del Colonna, conservando tuttavia alcune soluzioni di gusto arcaico, mutuate dalla tradizione manierista risalente a Giulio Romano e al Veronese: come i poggioli negli "sfondati" delle vele. Rappresenta una testimonianza importante per ricostruire l'opera di Giuseppe Menegatti, pittore che alla fine del Seicento decorò le volte di numerose chiese ferraresi andate poi soppresse o distrutte. E' il caso ad esempio del soffitto dell'oratorio di Santa Maria Novella dei Battuti Bianchi, dipinto nel 1675 con lo stesso Avanzi come figurista, della chiesa di San Vito, di San Giovannino (con Cattanio), della Madonna del Buon Amore, di Sant'Agostino di San Vito.
I putti e le figure allegoriche che compaiono sulla quadratura sono attribuibili all'Avanzi in quanto presentano caratteri stilistici identici al dipinto centrale. In particolare, le Virtù appaiono giocate su un forte contrasto chiaroscurale mentre i valori prospettici e di profondità sembrano annullarsi a favore di un forte schiacciamento bidimesionale. Lo scorcio dei putti deriverebbe invece da una delle decorazioni già in Palazzo dei Diamanti (Riccomini, 1969). L'ovale centrale, citato già nel 1770 dal Barotti come "quadro ad olio", è in realtà anch'esso un affresco. La "Gloria" riprende assai maldestramente l'impianto prospettico di alcune tele bononiane di Santa Maria in Vado, mediante una semplice proiezione di uno schema compositivo a piramide tipico delle pale d'altare cinquecentesche, lontano quindi dal ruolo di apertura spaziale che la sua collocazione esigerebbe.
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