
Weigel T.I.
notizie 1750 ca.
oboe da caccia
n. 1771
Lo strumento corrisponde in quasi tutti i dettagli a quello della scheda nctn 00000108. La differenza principale sta nel fatto che questo strumento ha solo una chiave Mib sul lato destro del tubo. Ci sono piccole differenze nelle misure.
In tre pezzi. Il corpo coi fori per le dita, curvato, consta d'un pezzo superiore e di uno inferiore. L'ingresso è rinforzato con un rigonfiamento e con anelli torniti dal legno del tubo. Esternamente il corpo sotto il rigonfiamento e gli anelli all'ingresso è ottagonale. La campana con un rigonfiamento all'estremità superiore ha una sagoma rotonda, si dilata sino all'uscita e ha due fori di risonanza. La parte ottagonale del corpo sotto il rigonfiamento e gli anelli all'ingresso è coperta di cuoio, l'ingresso e la campana non hanno tale copertura. I fori III e IV sono duplicati. Non ci sono fori obliqui.
Due chiavi di ottone: una per Mib, chiusa, e una aperta per Do. Il piattino della chiave Mib è trapezoidale, quello di Do è ovale. Entrambi i piattini sono piatti con una guarnizione di cuoio. Il piattini della chiave Mib è fatto in un solo pezzo con le leve. La palette della chiave Mib è ovaloide; quella di Do è a farfalla. Le chiavi hanno supporti in blocchetti ricavati dal legno del tubo. Le molle di ottone non sono attaccate alle palette.
Il cannello di ottone per l'ancia è originale.
Sono da distinguere due tipi di strumenti ad ancia doppia, entrambi in origine sempre con un tubo diritto. Il primo tipo ha la cameratura cilindrica. A questo tipo appartengono l'aulòs dell'antichità greca, la tibia di quella romana; tale strumento è raffigurato anche nell'arte etrusca, ma il nome etrusco è sconosciuto. Tali strumenti venivano suonati sempre raddoppiati (un unico suonatore suonava due strumenti). L'ancia era spesso doppia, ma a volte era applicata un'ancia semplice battente. Questo tipo ha la sua origine nel bacino orientale del Mediterraneo, essendo usato anche dagli Egizi e dai Fenici. Tali strumenti, benché ormai senza raddoppiamento, sono usati nel Caucaso, in Cina (kuantzu) e in Giappone (hiciriki). A prescindere dal Caucaso, questo tipo è ormai estinto in Europa.
Il secondo tipo di strumento ad ancia doppia ha la cameratura conica. Il tubo è di legno, ma la campana può essere metallica. Era già noto nel Medio Oriente nei primi secoli dell'era volgare e fu poi diffuso dagli Arabi. Così raggiunse verso est la Persia (zurnâ), l'india, il Tibet, la Cina, la Mongolia, la Birmania, i paesi dell'Asia sudorientale, e diverse isole dell'Indonesia (Giava, Madura, Bali, Lombok, Celebes); e verso ovest la regione della penisola balcanica, e la regione maghrebina, da dove si diffuse verso il sud sino agli Haussa e i Peul.
Lo strumento fu introdotto nell'Europa occidentale dagli Arabi attraverso la Sicilia e il continente italiano: vi è attestato nell'iconografia già nel secolo XII. Dall'Italia si diffuse verso il Nord, e ancora nel secolo XIV veniva chiamato in Germania walsch rôr (tubo romanico, o italiano). Tali
cialamelli, come s'è già detto, potevano avere nel Medioevo italiano grandi campane metalliche, ma in genere avevano – e hanno ancora – campane lignee. Questo vale ancora per il successore dello strumento medievale nella musica popolare italiana: il piffero, generalmente suonato insieme con la zampogna.
Dalla fine del secolo XV sino alla metà del secolo XVII gli strumenti ad ancia doppia ebbero uno sviluppo senza pari. In primo luogo vennero ideate molte varianti, in parte in Italia (bassanelli, sordoni, doppioni, dolzaine), in parte al nord delle Alpi (fagotti, cortaldi, cialamelli con cappelletto, cromorni, schryari). Le differenze tra queste varianti consistono in vari elementi: la conicità (o il grado di conicità) o cilindricità della cameratura; la sua eventuale piegatura (sordoni, doppioni. fagotti, cortaldi), e l'uso d'un cappelletto (cialamelli a cappelletto, doppioni, dolzaine, cromorni, schryari) o meno.
In secondo luogo, quasi ognuna di queste varianti fu estesa a formare una famiglia con un numero di membri tra tre (bassanelli, schryari) e sei. I cialamelli normali e i fagotti si svilupparono sino a formare famiglie con sei formati e sei fondamentali diversi.
Questa predilezione per le ance doppie e per il timbro stridente prodotto da esse scomparve quasi di colpo intorno alla metà del secolo XVII. Strumenti ad ancia doppia con un cappelletto hanno lo svantaggio che con essi è impossibile produrre armonici, sicché l'ambito rimane sempre ristretto, generalmente a una nona. Scomparvero intorno al 1650, dunque, tutti i tipi di strumenti con cappelletto. Scomparvero anche molti tipi di strumenti ad ancia doppia senza cappelletto, benché qualcuno (specie il cortaldo) rimanesse in uso, però con cambiamenti di forma e di tecnica, sino all'inizio del '700. Di tutta la ricchezza rinascimentale rimasero solo il cialamello soprano su Re2 o Do3, e il "fagotto corista" o fagotto basso su Do1. Entrambi questi strumenti hanno una cameratura conica e vengono suonati senza cappelletto. Intorno al 1650 l'ambito del cialamello soprano era d'una duodecima (ottava e quinta), mentre il "fagotto corista" si estendeva per due ottave e mezza (decimanona). In linea di principio il cialamello e il "fagotto corista" sono ricavati – come i flauti dolci e traversi e tutti gli altri strumenti ad ancia doppia con l'eccezione del bassanello – da un unico pezzo di legno. Tra cialamello e "fagotto corista" ci sono tre differenze principali. In primo luogo, benché entrambi gli strumenti abbiano una cameratura conica, la conicità è ben più spiccata nel cialamello, che ha inoltre una campana con un forte allargamento. In secondo luogo, il cialamello ha sempre un tubo diritto, mentre il tubo del fagotto ha una piegatura: dall'esse il tubo procede verso il basso, poi in fondo alla culatta si svolge in su sino al foro d'uscita che si trova ben più in alto dell'esse. In terzo luogo, l'ambito del fagotto ha un'estensione notevole verso i bassi. Semplificando un poco, si può dire che il cialamello soprano produce con la copertura dei fori I-VI il Re3, e che ha poi un foro per il mignolo o una chiave aperta d'estensione, pure per il mignolo, per Do3. Il "fagotto corista" invece produce con la copertura dei fori I-VI il Sol1, mentre ha fori e chiavi d'estensione, con cui viene raggiunto verso i bassi il Do1.
Un fenomeno speciale nel fagotto rinascimentale è che a volte il foro d'uscita è coperto da una graticola di legno o di metallo per addolcire il suono. Tutto sommato, tale graticola non s 'incontra più dopo il 1700. Un'eccezione, però, è l'oboe tenore 2813/2814 (scheda 42 catalogo van der Meer) sempre della collezione del Museo della Musica che la possiede ancora.
Dall’ultimo decennio del secolo XVII s’incontrarono anche oboi d’un formato più grande, quindi con un fondamentale più basso. Tali strumenti sono senza eccezioni traspositori.
Si distinguono in:
1. Oboe d’amore, generalmente in La, dunque traspositore d’una terza minore bassa, con una campana svasata per addolcire il timbro. Questo tipo nacque verso il 1720 in Sassonia e fu costruito poi anche in altri centri della Germania, per esempio a Norimberga. Conosciute sono soprattutto le voci per tali strumenti nelle opere di Johann Senbastian Bach, ma anche altri compositori tedeschi da Teleman a Dittersdorf lo prescrivono. L’etimologia dell’espressione “d’amore” è ancora materia di discussione.
2. Oboi in Fa, dunque traspositori d’una quinta bassa. Essi si distinguono in:
– oboi tenori
– oboi da caccia
– corni inglesi.
3. Oboi baritoni o bassi all’ottava inferiore, nati nella prima metà del secolo XVIII. Sono conservati esemplari tedeschi (Johann Christoph Denner, Norimberga) e francesi (Charles Bizey, Parigi). Gli oboi baritoni o bassi hanno normalmente una forma diritta. A volte si trovano oboi da caccia all’ottava bassa (si vedano schede nctn 00000108 e 00000109).
4. Esistono persino oboi contrabbassi alla quindicesima inferiore, estremamente rari.
Gli oboi da caccia sono generalmente oboi traspositori in Fa, dunque d’una quinta bassa, con una costruzione speciale. In casi eccezionali – come negli strumenti descritti in questa scheda e nella nctn 00000108 – un oboe da caccia può essere traspositore d’una ottava bassa. In tal caso lo strumento è un oboe basso o baritono con la costruzione di un oboe da caccia.
Un oboe da caccia ha normalmente un corpo curvato, che può essere composto di due pezzi, quello inferiore e quello superiore. La curvatura del corpo è realizzata in una maniera estremamente complicata. Prima viene costruito il corpo – eventualmente in due pezzi con un tenone nel pezzo superiore e una mortasa nel pezzo inferiore – con la cameratura in un pezzo di legno diritto, o in due pezzi di legno diritti. Sono poi fatte tacche dal lato opposto a quello dei fori. Le tacche creano la possibilità di fare la curvatura. Il tubo è poi reso impermeabile all’aria con l’inserzione di piccoli cunei negli specchi, e con la copertura del corpo con cuoio.
Il tubo termina con una campana di ottone o di legno, con sagoma iperbolica, senza svasamento e senza risalto verso l’interno intorno all’uscita.
Il nome oboe da caccia è probabilmente ispirato dalla forma curva e dalla campana con sagoma iperbolica, che fanno pensare al corno da caccia. Lo strumento è prescritto da Johann Sebastian Bach e da Johann Friedrich Fasch, maestro di cappella a Zerbst, una piccola corte sassone. Probabilmente l’oboe da caccia era suonato anche nella musica all’aperto, nella banda del ‘700, dunque.
Lo strumento ha sempre un cannello per l’ancia, generalmente di ottone, da inserire all’ingresso del tubo.
T.I. Weigel era attivo a Breslavia come costruttore soprattutto di oboi bassi, e anche di flauti traversi, intorno al 1750 e poco dopo. Nel marchio il W (Wratislowia) si riferisce al luogo della sua attività. La corona è quella prussiana, avendo Maria Teresa concesso la Slesia alla Prussia nel 1745 (pace di Dresda).
Bibliografia
Vellani F.
Raccolta di antichi strumenti armonici conservati nel Liceo Musicale del Comune di Bologna
Bologna
1866
n. 29
Bibliografia
Baines A.
European and american musical instruments
Londra
Batsford
1966
Bibliografia
Bernardini A.
Bizzi G. (a cura di)
Gli strumenti ad ancia
La collezione di strumenti musicali del Museo Teatrale della Scala. Studio, restauro e restituzione
Milano
Silvana Editoriale
1991
pp. 122-134
Bibliografia
Van der Meer J.H.
Strumenti musicali europei del Museo Civico medievale di Bologna
Bologna
Nuova Alfa Editoriale
1993
p. 54