
1845/ 1929
busto
Il busto in marmo ritrae Garibaldi con lo sguardo autorevole e severo dell’età matura, la barba morbida, la capigliatura fluente, il fazzoletto al collo e la divisa militare.
Il 2 giugno 1884, nel secondo anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi, una grande manifestazione caratterizzò, a Forlì, lo scoprimento del busto del Generale nell’atrio del Comune. Fu un giorno eccezionale sotto vari aspetti, sia in virtù di un’entusiastica partecipazione, sia sotto il profilo dell’ordine pubblico. Il rigido protocollo istituzionale imposto dalle autorità monarchiche non riuscì ad evitare che l’esuberanza politica si trasformasse in protesta. Da due anni il corpo di Garibaldi riposava nell’isola di Caprera, vicino alla Casina Bianca, il luogo dove si era ritirato rifiutando onori e glorie. Il suo spirito, però, continuava ad alimentare fiamme ideali nella giovane nazione italiana e all’estero. Forlì fu una delle prime città a muoversi per immortalarne la presenza nello spazio pubblico. Su iniziativa e per volontà del Consiglio comunale, venne realizzata una effigie in marmo dallo scultore Ettore Ferrari che fu collocata nello Scalone d’ingresso del Municipio come elemento centrale di un fregio sontuoso con lo stemma araldico cittadino (l’aquila) a far da corona. La manifestazione d’inaugurazione si svolse alla presenza di tantissimi militanti del movimento repubblicano e delle organizzazioni internazionaliste. Ben presto l’euforia sfociò in dimostrazione politica da parte di alcune frange che nel grande corteo incamminato verso il Comune inneggiarono alla rivoluzione e alla libertà per Amilcare Cipriani, suscitando l’intervento, sciabole in pugno, delle forze dell’ordine. Filippo Guarini, autore della cronaca coeva riportata nel Diario Forlivese (manoscritto custodito dalla Biblioteca comunale), annotò che gli animi furono placati a suon di «botte a dritta e a sinistra». Dal suo racconto emerge che dopo lo scompiglio il corteo si ricompose e partecipò alla cerimonia ufficiale. Quindi la massa di persone si spostò, uscendo dalle mura cittadine per rendere omaggio alla Casa Zattini. Questo era il luogo dove Garibaldi, proveniente dal Ravennate e diretto verso il Granducato di Toscana, venne accolto in gran segreto il 15 agosto del 1849 durante la fuga dall’esercito austriaco e dalla reazione pontificia. L’edificio che ospitò la tappa forlivese della Trafila Garibaldina era situato, all’epoca, nell’immediata campagna, in una zona attualmente inglobata nel tessuto urbano. Oggi la casa non esiste più e l’area in cui sorgeva è riconoscibile grazie alla presenza di una targa nel condominio di viale Matteotti 75.
Torniamo al 2 giugno 1884. Conclusa la spedizione oltre le mura, il corteo rivoluzionario rientrò in città, si fermò davanti alla Caserma dei Carabinieri per inneggiare alla Repubblica e innescò altri scontri. Reputando responsabilità dell’accaduto all’assemblea cittadina, peraltro guidata in quel periodo da uomini espressione del mondo liberale e moderato, il Prefetto di Forlì decise di adottare il pugno di ferro sciogliendo il Consiglio comunale. Lo spirito di Garibaldi animava sentimenti superiori all’aspetto celebrativo. Oltre ad essere un simbolo politico, infatti, il suo mito pulsava di passione e affetto fraterno. Profonda amicizia lo aveva unito ad alcuna forlivesi, primo fra tutti il Triumviro della Repubblica Romana, Aurelio Saffi, che insieme a Giuseppe Mazzini e Carlo Armellini aveva guidato il governo militare di quella straordinaria quanto sfortunata esperienza democratica. Il novero dei grandi amici comprendeva pure Achille Cantoni, stimato ufficiale in camicia rossa caduto nella battaglia di Mentana del 1867 e onorato d’essere scelto come protagonista dall’Eroe dei Due Mondi per il suo romanzo intitolato Cantoni il volontario. Stima e affetto provava, Garibaldi, per i tanti forlivesi che s’erano arruolati nelle campagne risorgimentali dal 1848 all’Unità d’Italia e nel decennio successivo, così come grande riconoscenza nutriva per quei pochi coraggiosi che avevano protetto il suo passaggio clandestino nel ‘49. Il legame con Forlì era stato suggellato in modo formale con il conferimento della cittadinanza onoraria nel luglio 1860, mentre l’intitolazione al suo nome del quartiere popolare di Schiavonia ebbe il compito di evocarne la presenza nella quotidianità. Al medesimo obiettivo volgeva lo sguardo il busto nell’ingresso del Municipio, tanto preciso nel proporre i caratteri condivisi dall’iconografia patriottica (sguardo autorevole e severo dell’età matura, barba morbida, capigliatura fluente, fazzoletto al collo, divisa militare…), quanto imprevedibile nell’evocare i valori di quel mito: coraggio, azione, giustizia sociale.
Bibliografia
Piraccini O. (a cura di)
Monumenti tricolori : sculture celebrative e lapidi commemorative del Risorgimento in Emilia e Romagna
Bologna
Editrice Compositori
2012
pp. 36, 37, 125