
Forlì
La prima notizia certa dell'esistenza in Forlì di un palatium comunis risale al 1203. Danneggiato dai tumulti popolari del 1332, l'edificio fu riedificato per volontà del cardinale Albornoz nell'ambito della ricostituzione dello Stato Pontificio in Romagna. La guida di Forlì del Calzini e Mazzatinti (1893) ricorda “un grande arco, accompagnato da un fregio a punta di diamante in terracotta”, ma della struttura non restano oggi tracce visibili. Divenuto residenza degli Ordelaffi in seguito all'instaurarsi della signoria sulla città, il palazzo fu adeguato al nuovo volto urbano della città da Cecco III e Pino III Ordelaffi. L'assetto rinascimentale del complesso, che nel 1459 fu integrato nell'ala meridionale da un portico a piano terra, proseguito nel 1466, è testimoniato dall'Incoronazione della Vergine di Baldassarre Carrari, nella Pinacoteca Civica di Forlì (1512), dove si vedono le bifore al piano nobile dell'edificio, descritto come pregevole negli Annales Forlivenses. Sullo scorcio del XV secolo anche la torre civica assunse un nuovo assetto architettonico, conseguito all'incendio del 1468, con le grandi bifore rinascimentali inscritte entro un arco a tutto sesto; l'orologio è documentato invece al secolo XIV. Gerolamo Riario e Caterina Sforza confermarono poi la funzione di rappresentanza della residenza signorile, che a metà Cinquecento, in seguito al passaggio di Forlì allo Stato Pontificio (1504), venne decorato da Francesco Menzocchi nella Sala delle Muse, o delle Ninfe e nella Sala degli Angeli (1563), integrata in parete con le Storie della Genesi dipinte dal figlio di Francesco. Altri ampliamenti produssero le Stanze Fantine (1594) volute da mons. Fantino Petrignani, identificabili forse con il tratto edilizio corrispondente al versante affacciato sulla piazzetta della Misura (portico e loggiato rinascimentale).
Altri rifacimenti seguirono nel 1654 e nuovamente nel 1664, quando al primo piano fu costruita una lunghissima stanza, che diventò il primo teatro stabile della città, denominato nel 1673 Teatro del Pubblico ed integrato nel 1710 da trentacinque palchetti permanenti, disposti su tre ordini. Nessuna traccia rimane dell'Apollo affrescato da Carlo Cignani.
Nel 1753, per la super visione di Giuseppe Merenda e del nobile Antonio Dall'Aste, seguì un nuovo cantiere, culminato nel 1754 con la sopraelevazione dell'edificio. Nel 1761 Antonio Galli Bibiena venne incaricato di ricostruire la sala grande e la scala, terminata nel 1765, due anni dopo l'inizio delle operazioni pittoriche per l'attuale Sala Comunale (1763), a quel tempo Sala dei Fasti, decorata dal forlivese Giuseppe Marchetti con episodi di storia forlivese. Nel 1773 si concluse la vicenda edilizia del teatro, progettato da Cosimo Morelli.
Dal 1802 Felice Giani decorò il “quartiere” del podestà nel Palazzo Comunale, sistemato in facciata da Antonio Farini; in particolare, il pittore piemontese intervenne nella Sala della Pace e della Guerra, nella Sala del Console Fabrizio e nella Sala delle Donne spartane.
Tra il 1819 e il '22 ebbero luogo altre consistenti operazioni di consolidamento statico, e tra queste la sopraelevezione della torre civica, mentre tra il 1822 e il '26 il rifacimento del prospetto principale su progetto di Gottardo Perseguiti e Giovanni Bertoni, completato dall'abbattimento dell'arco di piazza finalizzato all'agevolazione del traffico cittadino (1824), contribuì al nuovo assetto dell'edificio.
Nel 1929, durante alcuni lavori di ristrutturazione nella parte posteriore del palazzo, fu riportata in luce la loggetta quattrocentesca.
Pubblicazioni e cataloghi Antonio Mambelli, Il Palazzo Comunale di Forlì: notizie storiche ed artistiche: splendori e decadenza, modifiche e contrasti nel Settecento, la Sala del Bibiena e le sue pitture, dalla Cisalpina ai nostri giorni…, Forlì, Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura, 1972
Pubblicazioni e cataloghi Renzo Tani, Le vicende edilizie del palazzo comunale, in Invito a palazzo: mostra sulla Piazza Grande e sul Palazzo Comunale di Forlì, Forlì, Comune di Forlì, 1989, pp. 37 e sgg.