
1460 ante/ 1510
ambito emiliano
dipinto
n. Ser. 12
Cristo in primo piano, di tre quarti con croce in spalla e paesaggio sullo sfondo
Apparso nel 2001, il dipinto ha costituito un'importante acquisizione al catalogo del pittore modenese, al quale va restituito per confronto con la giovanile pala di Mirandola, raffigurante la Crocifissione, comunemente nota come “pala delle tre croci” ora nella Galleria Estense di Modena. Conducendo per primo un'attenta lettura di quel dipinto, per più versi fondamentale, Roberto Longhi si soffermava sulla netta individuazione dei piani, tale da richiamare le consuetudini degli intarsiatori, evidente anche in questo caso nella resa come “pietrosa” delle pieghe delle vesti, “dove l'ombra par tinta con gli olii bolliti, così come si tingevano i frustuli dei maestri lignari, dominatori a Modena dai Lendinara al Bonascia” (R. Longhi, Officina Ferrarese, 1934). D'altro canto, il modulo allungato del volto di Cristo, costante nella produzione del pittore modenese, sembra confrontarsi bene con quello di San Francesco ai piedi della croce: un ritratto, in quel caso, se è giusta la mia lettura della pala come voto di Galeotto Pico, propiziatorio della fine delle lotte fratricide che lo vedevano drammaticamente contrapporsi al fratello Antonio per la successione al ducato. Analoga è la struttura del viso per piani affilati, con le arcate sopraccigliari nettamente marcate, il forte aggetto del naso e la piega dolorosa delle labbra socchiuse, a siglare un'immagine di grande intensità emotiva, che già nella “pala delle tre croci” contrasta singolarmente con la riposata ampiezza del paese che gli si apre alle spalle. Si tratta di caratteri attraverso i quali il pittore affina la propria educazione robertiana, accedendo a soluzioni che, nella lucentezza della stesura, attenta alla verità materica delle cose effigiate, e nel nitore della gamma cromatica, ben denotano una precisa riflessione sui contemporanei modelli fiamminghi, punto di riferimento obbligato per la pittura “di divozione”: di “colori di smalto profondo, da disgradarne i fiamminghi” parlava ancora Longhi a proposito del Cristo che prega della Galleria Nazionale di Roma, rispetto al quale però il “fiamminghismo” del dipinto qui considerato è ancora più forte, tanto da richiamare il nome di Hans Memling. E un tale rapporto è evidente anche nell'analisi lenticolare portata alle lacrime che sgorgano dagli occhi arrossati, ai peli della barba e ai capelli elegantemente inanellati. Sulla strada che conduce alla pala tuttora nella chiesa di San Pietro di Modena, compiuta forse entro il 1506, il nuovo dipinto si affianca così ad altri quadri di destinazione analogamente privata e concepiti dunque per una visione ravvicinatissima, a distanza di fiato, che lo stato di conservazione pressocché perfetto permette di apprezzare al livello più alto.
Bibliografia
Benati D. (a cura di)
Presenze nell’arte dal XV al XVIII secolo
Bologna
2001
pp. 34-36, n.1
Bibliografia
Piccinini F./ Stefani C. (a cura di)
La donazione Sernicoli. Dipinti e argenti
Ferrara
Edisai
2009