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30_2275
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San Giovanni Battista

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Largo Porta S.Agostino, 337 – Modena (MO)

Schedoni Bartolomeo

1578/ 1615

dipinto

tela/ pittura a olio
cm
109(a) 95(la)
sec. XVII (1604 – 1607)

n. 34

Insieme al San Francesco di Ercole dell’Abate pervenne nel 1623 al Palazzo Comunale per lascito testamentario di Giovanni degli Erri (ASCMo, Ex Actis 1623, 20 gennaio, 361) ed è ancora ricordato, ma senza attribuzione, in un inventario di Robbe della Comunità di Modena del 1627 (ASCMo, Ex Actis 1627, 3 gennaio 1625). Nel 1878 fu depositato al Museo Civico (ASCMo, Rag., Libro Casermaggio ed alloggi militari, c. 146; AMCMo, Atti 1878, prot n. 1985 del 21 settembre 1878), dove rimase fino al 1984 per essere riconsegnato al Palazzo Comunale. In Museo la sua documentata provenienza venne a lungo riferita erroneamente al San Giovannino n. 198. L’identificazione del quadro donato nel 1623 da Giovanni degli Erri con la presente tela si deve pertanto a Gabriella Guandalini (1985). Il fatto che Giovanni degli Erri fosse tra i committenti, insieme a Giovanni Baranzoni, della decorazione della Sala del Vecchio Consiglio nel Palazzo Comunale, condotta da Bartolomeo Schedoni e Ercole dell’Abate tra il 1604 e il 1607, avvalora la datazione del dipinto in una fase precoce dell’attività dell’artista, anteriormente al suo trasferimento a Parma (1608). In tale senso vanno rimarcati i collegamenti con le parti più recenti di tale decorazione, che, nell’impossibilità di giudicare le allegorie del fregio, ridipinte in epoca settecentesca da Francesco Vellani, sono da individuare nella tela riportata sul soffitto con le Sette armonie greche, più tagliente nei profili e scaltrita nei giochi di luci e di ombre di quanto siano non solo l’Allegoria del Governo della Repubblica, dipinta direttamente sul soffitto e appartenente dunque a un primo progetto in seguito scartato (BENATI 1993, p. 351), ma anche la tela con Coriolano supplicato dai famigliari. Il lasso di tempo intercorso nei lavori di decorazione, ai quali i due pittori inframmezzarono altre imprese su richiesta di Cesare I d’Este, giustifica un tale accrescimento stilistico che porta Bartolomeo da soluzioni di gusto cinquecentesco e neocorreggesco a un linguaggio più maturo, i cui esiti si colgono anche nel presente dipinto. Risulta peraltro difficile precisare i moventi di un tale accrescimento, per il quale sono stati invocate talora cognizioni caravaggesche, difficili in realtà da assumere in presenza di un dettato formale sempre sottilmente astraente e nettamente anti-naturalistico, e che potrà meglio giustificarsi in relazione alla cerchia dei seguaci di Annibale Carracci: una direzione cui incoraggiano non solo il ricordo, qui evidentemente cogente, di uno smarrito prototipo romano del caposcuola bolognese (il San Giovanni Battista già nella collezione di Flavio Chigi, per il quale è stata proposta di recente un’identificazione a mio avviso non convincente: MAHON 2001), ma anche gli scambi attributivi spesso intervenuti con un altro artista emiliano, Sisto Badalocchi (si veda ad esempio, di quest’ultimo, l’Ecce Homo della Cassa di Risparmio di Mirandola, pubblicato di recente come opera di Schedoni in NEGRO, ROIO 2000, pp. 104-105 n. 50). Il confronto con il presente dipinto basta a smentire la pertinenza schedoniana di un altro San Sebastiano, noto attraverso due versioni nel Muse des Beaux-Arts di Digione e in una collezione privata romana (NEGRO, ROIO 2000, p. 86 n. 31), la cui formulazione stilistica, già al corrente di soluzioni guerciniane, non trova in realtà giustificazione in alcun momento del percorso dell’artista modenese: un’indicazione che la recentissima ricomparsa del modello del Guercino dal quale le due versioni note evidentemente dipendono (D. MAHON, in Le due donazioni … 2003, pp. 22-24 n. 2) avvalora in modo definitivo.

Bibliografia Benati D./ Peruzzi L. (a cura di)
Musei Civici di Modena. I dipinti antichi
Modena
Franco Cosimo Panini Editore
2005
pp. 59-61

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