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5_3347
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santo Vescovo e San Tommaso d'Aquino

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Largo Porta S.Agostino, 337 – Modena (MO)

ambito modenese (?)

dipinto

intonaco staccato/ applicazione su linoleum/ pittura a fresco
cm
141(a) 66(la)
sec. XIV (1340 – 1340)

n. 6

Oltre a estese lacune si nota un impoverimento della superficie pittorica, meno avvertibile nella parte inferiore della veste bianca del santo di destra, la cui identità, lasciata incerta da Gibbs (1989), è certificata dalla scritta frammentaria “Tom(as)”, già letta al momento del rinvenimento. Quanto alla figura frammentaria di sinistra, la presenza del manto e del pastorale fa pensare a un santo vescovo. Venne strappato nel 1901 dalla parete esterna del Duomo in corrispondenza della Ghirlandina, insieme all’affresco raffigurante la Madonna col Bambino in trono tra i santi Bartolomeo e Geminiano (n. 6). Ne informa una lettera del 31 luglio 1900 di Giovanni Tosi, direttore dei lavori per l’isolamento del Duomo, a Raffaele Faccioli, direttore dell’Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti, secondo la quale “tali pitture consistono in un trittico ben conservato con tre figure, nel mezzo la Madonna, di fianco San Geminiano, e nell’altro fianco un altro santo […1. Il piede delle figure dista dal piano di terra circa m 1,50. Di fianco al trittico, a destra di chi guarda, e separato da una semicolonna è un 5. Tomaso esso pure ben conservato; e presso ad esso ma nel muro ad arco acuto […] è la testa di un bambino che in origine era portato dalla Madonna ora del tutto sparita” (ASBAABo: ACIDINI LUCHINAT, SERCHIA, PIC0NI 1984, p. 145). Ottenuta l’autorizzazione da parte del Ministero (14 agosto 1900), Faccioli affidò a Grandi e Goldoni lo strappo dei frammenti, che furono ricoverati nel Museo Civico. E stato oggetto di attenzione critica solo a partire da R. Gibbs (1989), che lo giudicava opera di un artista di cultura riminese: un riferimento che A. Volpe (1999) ha in seguito rigettato, preferendo leggere l’affresco in rapporto con i dipinti contigui, quale esempio di una cultura locale che nel corso degli anni quaranta, e grazie ad apporti lombardi e bolognesi, “inizia a farsi complessa e articolata”. L’assonanza con i modi della scuola riminese vale in effetti solo come primo riferimento per fenomeni che risultano collegati fra loro dalla comune dipendenza nei confronti delle novità giottesche di derivazione assisiate, destinati in seguito a interferire tra loro secondo modi ancora da valutare correttamente: in questo caso sarà da sottolineare in particolare l’importanza della mediazione bolognese in vista di una caratterizzazione dell’immagine in termini di sia pure contenuta e torpida vitalità, grazie a un attento uso della linea e del chiaroscuro che ammorbidisce le epidermidi. Pur nella sua marcata frontalità, la figura allude infatti a un intenerimento quale si riscontra nelle opere bolognesi fin qui ricondotte al gruppo del cosiddetto ‘Pseudo-Jacopino di Francesco’ o in quelle del giovane Vitale: si ricordi in particolare, di quest’ultimo, l’affresco proveniente dal refettorio nuovo di San Francesco (Bologna, Pinacoteca Nazionale), per il quale sussistono pagamenti nel 1340 e dove le figure dei santi in piedi ai lati dell’ Ultima cena propongono un analogo temperamento tra proto-giottismo “riminese” e l’ormai affermata vitalità gotica.

Bibliografia Benati D./ Peruzzi L. (a cura di)
Musei Civici di Modena. I dipinti antichi
Modena
Franco Cosimo Panini Editore
2005
pp. 33-35

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