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2_3345
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foglie con elementi decorativi fitomorfi racchiusi entro semicerchi

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Largo Porta S.Agostino, 337 – Modena (MO)

ambito emiliano

dipinto

intonaco staccato/ applicazione su rete metallica/ pittura a fresco
cm
53(a) 220(la)
sec. XIII (1250 – 1299)

n. 3

L’opera proviene dai sottotetti del Duomo, da dove fu rimossa, all’inizio del secolo scorso, unitamente a due frammenti con figure di Profeti, con i quali condivide le vicende e la storia conservativa (n. 1 a, b). Raffigura parte di un fregio costituito da foglie e da elementi decorativi, che possono ricordare la forma di un giglio o di una palmetta, racchiusi entro semicerchi dal profilo irregolare. Secondo Hans Peter Autenrieth (1984, pp. 246, 262) il frammento faceva parte di una decorazione risalente alla fine del XIII secolo, che prevedeva grandi fasce ornamentali disposte al di sotto della copertura a capriate del Duomo, e che interessava la sommità delle pareti della navata, del transetto e del presbiterio. Lo studioso collegava il pannello del Museo ai numerosi lacerti con elementi decorativi floreali e fitomorfi — sfortunatamente di scarsa consistenza e privi di una completa documentazione fotografica — che sono ancora visibili nei sottotetti della cattedrale, dove appaiono sovrapposti ai resti di una più antica ornamentazione con finte partiture architettoniche, databile intorno agli anni 1220-1230 (AUTENRIETH 1984, fig. 213, p. 261; Il Duomo… 1985, figg. pp. 962, 965, 967). Alcuni dei frammenti ancora in loco (cfr. in particolare quello riprodotto da AUTENRIETH 1984, fig. 215, p. 262) si confrontano, infatti, piuttosto bene con l’opera in esame, anche se evidenziano rispetto ad essa alcune disomogeneità, relative soprattutto alla policromia e alla morfologia degli elementi floreali e vegetali. Tali incongruenze possono essere imputabili a una effettiva diversificazione degli ornati, ma sembra più probabile (sciolgo qui un dubbio espresso qualche tempo fa, cfr. BOSI 1999, p. 443) che esse dipendano dal diverso stato di conservazione delle opere e più precisamente dal fatto che il frammento conservato in Museo ci appare oggi parzialmente compromesso da antichi rifacimenti, dovuti al restauro effettuato da Secondo Grandi dopo la rimozione del dipinto dalla sede originaria. Una più corretta lettura filologica del pezzo in esame potrà essere recuperata solo attraverso il confronto sistematico con i lacerti meglio conservati ancora visibili in Duomo, di cui sarebbe utile eseguire un censimento. Per questa via si arriverà a precisare ulteriormente anche l’accostamento proposto dalla critica tra l’opera e taluni dei fregi che incorniciano le figurazioni della cupola del Battistero di Parma (AUTENRIETH 1984; PAGELLA 1993, p. 122, figg. p. 257; Bosi 1999). Tale raffronto, che resta comunque valido e significativo, potrebbe costituire un appiglio per anticipare la datazione del dipinto, situata da Autenrieth sul finire del Duecento, agli anni intorno alla metà del secolo, quando furono realizzate le pitture del presbiterio della cattedrale e con esse i Profeti oggi in Museo (n. 1). Un elemento ulteriore, che potrebbe consentire di mettere in discussione una cronologia troppo inoltrata, è costituito dal fatto che intorno allo scadere del Duecento si registra in Emilia la comparsa di nuove soluzioni ornamentali caratterizzate, rispetto a quelle modenesi, da un più pronunciato naturalismo. Ne sono un esempio le fasce decorative degli affreschi delle arche di San Giacomo a Bologna (si veda in particolare quella con il Cristo giudice: GIORGI 2000) e i fregi dei grandi murali provenienti da San Bartolo, oggi in Pinacoteca Nazionale a Ferrara (RICCOMINI 1973; IDEM, in Duecento … 2000, pp. 282-284, nn. 85-86).

Bibliografia Benati D./ Peruzzi L. (a cura di)
Musei Civici di Modena. I dipinti antichi
Modena
Franco Cosimo Panini Editore
2005
pp. 30-31

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