
ambito emiliano
dipinto murale
n. 1
n. 2
Le due figure di santi, verosimilmente Profeti, pervennero al Museo nel 1903 (come attesta l’iscrizione sul retro di una di esse), dopo essere state rimosse dai sottotetti del Duomo per iniziativa dell’allora direttore Luigi Alberto Gandini (cfr. la corrispondenza tra Gandini e il Capitolo della Cattedrale in AMCMo, Atti 1902, prot. nn. 24-26). Il recupero dei dipinti fu affidato al restauratore Secondo Grandi (sulla cui attività cfr. anche NOVELLO, in Il Duomo … 1999, p. 334, segnalato da Luciano Rivi), che li trasportò su telai di scagliola e intervenne integrando in modo consistente un testo pittorico evidentemente piuttosto compromesso (il saldo del pagamento per l’esecuzione del lavoro è registrato in AMCMo, Giornale di entrate e spese, 1903). Il trauma conseguente al distacco e la natura dei materiali utilizzati da Grandi provocarono a lungo andare non pochi problemi alle pitture, che qualche decennio dopo davano segno in diversi punti di staccarsi dal supporto. Nel 1934 la direzione del Museo richiese pertanto la consulenza di Enrico Podio per un intervento di manutenzione, che probabilmente non venne eseguito, se nel 1939 Ragghianti evidenziava ancora le cattive condizioni di conservazione delle opere (AMCMo, Atti 1934, lettere del 10 e 12 dicembre).
Da quanto si desume esaminando la documentazione conservata in Museo, il consolidamento della superficie pittorica fu effettuato solo nel 1966 (restauro di Ottemi Della Rotta), per poi essere ripetuto una decina di anni più tardi (ad opera di Silvestro Castellani), quando si rese necessaria anche la sostituzione dei telai; in questa occasione furono parzialmente asportate le estese ridipinture eseguite da Grandi all’inizio del secolo, come dimostrano alcune fotografie antecedenti il restauro (tutta la documentazione riguardante l’intervento è conservata presso l’archivio del Museo). Non ci sono pervenuti risultati di analisi relative ai materiali e alla tecnica di esecuzione dei dipinti, per cui è difficile, allo stato attuale, dire se essi furono realizzati ad affresco o se, come accade di frequente nella pittura murale del Duecento, i pigmenti siano stati applicati in parte a secco. I due Profeti, che appaiono oggi gravemente mutilati e che in origine, con tutta probabilità, erano raffigurati stanti, ornavano verosimilmente l’arco trionfale del Duomo (o comunque una zona immediatamente adiacente: Bosi, in Il Duomo… 1999, p. 444). Nella porzione di arco compresa tra le volte quattrocentesche e il tetto sono, infatti, ancora visibili tre mezze figure di santi molto danneggiate (di cui non esistono fotografie), che possono essere avvicinate a quelle conservate in Museo (AUTENRIETH 1984, p. 246). Queste pitture (quelle dei sottotetti e quelle del Museo) sono da mettere in relazione con diversi brani figurativi rinvenuti nell’abside maggiore nel corso di successive campagne di restauro, come un frammento di figura in trono proveniente dalla zona inferiore della parete (oggi presso la scala dell’Archivio Capitolare: Bosi, in Il Duomo 1999, p. 413) e taluni lacerti di non facile lettura distrutti alla fine dell’Ottocento, di cui possediamo alcune testimonianze fotografiche (ACIDINI LUCHINAT, SERCHIA, PICONI 1984, pp. 74-82; SARCHI 1998, pp. 175-176; Rivi, in Il Duomo… 1999, pp. 314-315): si tratta dei Dottori della Chiesa dipinti nella strombatura della finestra mediana, di due volti nimbati emersi alle estremità della conca e di ventiquattro riquadri con tracce di figure di santi rinvenuti nell’intradosso dell’arcone (per le immagini relative, parzialmente riprodotte in Il Duomo di Modena 1999, cfr. Album fotografico dei ristauri interni 1886-18…, ACDMo, pp. 7-10, 12-14).
Sebbene non sia semplice allo stato attuale ricomporre in un quadro unitario queste testimonianze, è possibile pensare che esse facessero parte di un unico insieme decorativo, articolato, probabilmente, per registri sovrapposti e organizzato in base a un complesso programma iconografico, che forse prevedeva al centro del catino il Cristo o la Vergine in Maestà, secondo uno schema ampiamente diffuso nel XII e XIII secolo (DEMUS 1969, pp. 11-17). Una decorazione, insomma, di ampio respiro monumentale e di forte impatto visivo — la ricchezza dei materiali impiegati è attestata da residui di doratura nelle aureole dei Profeti del Museo — che andava a segnare, qualificandolo, il fulcro liturgico dell’edificio, ossia quell’area presbiteriale destinata al clero e alla celebrazione, che nei primi decenni del xiii secolo aveva subito un radicale intervento di ristrutturazione e aggiornamento, sia in senso estetico che funzionale, ad opera dei Campionesi (PERONI 1999, pp. 58-60). Come ha osservato Enrica Pagella (1992, pp. 95-96; 1993, pp. 121, 126), la nuova veste pittorica del presbiterio, che comprendeva anche i Profeti oggi in Museo, rappresentò con ogni probabilità la fase conclusiva di questa campagna di rinnovamento e dovette essere realizzata da un’équipe di artefici di sicura esperienza e prestigio, la cui cultura — da quanto è possibile capire, stando allo stato attuale delle opere — si rivela debitrice del linguaggio fortemente intriso di suggestioni bizantine e orientali, diffuso in Emilia dai pittori della cupola del Battistero di Parma. La cronologia della pitture modenesi non dovrebbe quindi essere molto lontana da quella del ciclo del Battistero, che, sulla base delle proposte più recenti, è collocabile intorno al 1250 o poco oltre (PAGELLA 1993, pp. 124-126). Non è possibile dire se la bottega attiva nel Duomo di Modena fosse composta da maestranze locali, ma l’ipotesi non sembrerebbe del tutto da escludere, in quanto il panorama pittorico cittadino della seconda metà del Duecento, che peraltro conosciamo pochissimo, pare dimostrare una certa vitalità. Ne fanno fede le opere ancora esistenti in Duomo (Il Duomo di Modena 1999), le notizie relative a imprese decorative avviate in altri edifici cittadini, come il Palatium Novum del Comune (continua in OSS)
Bibliografia
Benati D./ Peruzzi L. (a cura di)
Musei Civici di Modena. I dipinti antichi
Modena
Franco Cosimo Panini Editore
2005
pp. 29-30