Secolo: secc. V/ VI (493 - 526)
La Guarigione dell'emorroissaLc, 8, 43-48: C'era là una donna che già da dodici anni aveva continue perdite di sangue. Aveva speso tutto il suo denaro con i medici, ma nessuno era riuscito a guarirla. Essa si avvicinò dietro a Gesù e arrivò a toccare l'orlo del suo mantello. E subito la perdita di sangue si fermò. Gesù disse: "Chi mi ha toccato?"Tutti dicevano che non lo avevano toccato, e Pietro esclamò: "Maestro, vedi che la folla che ti circonda e ti schiaccia da tutte le parti!" Ma Gesù insistette: "Qualcuno mi ha toccato: mi sono accorto che una forza è uscita da me". Allora la donna si rese conto che non poteva più rimanere nascosta. Si fece avanti tutta tremante, si gettò ai piedi di Gesù e disse davanti a tutti per quale motivo aveva toccato Gesù e come era stata subito guarita. Gesù le disse: "Figlia mia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace!"Raffaele Garrucci, Friedrich Gerke e Clementina Rizzardi ritengono che l'episodio raffigurato sia quello del pentimento dell'adultera, raccontato in Gv 8, 1-10 (GARRUCCI 1877, Musaici cimiteriali e non cimiteriali, p. 57; GERKE 1972, Nuove indagini sulla decorazione, p. 82; RIZZARDI 1989, L'arte dei Goti a Ravenna, p. 379).Corrado Ricci, Carl-Otto Nordström e Friedrich Wilhelm Deichmann sostengono che si tratti dell'episodio della guarigione dell'emorroissa (RICCI 1933, Tavole storiche dei mosaici, pp. 24-25; NORDSTRÖM 1953, Ravennastudien: Ideengeschichtliche und Ikonographische, p. 60; DEICHMANN 1974, Kommentar, pp.165-166).Rita Zanotto indica come elemento a sfavore di quest'ultima interpretazione il fatto che in questa raffigurazione non è presente la caratteristica iconografica qualificante l'emorroissa, ossia il gesto di toccare il mantello di Gesù; la studiosa riprende Joseph Wilpert che, a partire da Mt 15, 21-28, ha identificato la scena con la rappresentazione della Cananea che chiede la guarigione della figlia tormentata dal demonio (WILPERT 1976, Die Romischen Mosaiken der kirchlichen, p. 816; ZANOTTO 1999, Riesame iconografico di un pannello, p. 663).Sulla base del confronto della scena con quella rappresentata in un affresco di S. Angelo in Formis a Capua, Joseph Wettstein indica la donna supplice come la madre dei figli di Zebedeo, ossia gli apostoli Giacomo e Giovanni, per i quali essa chiese a Cristo di sedere a fianco a lui nel suo regno (WETTSTEIN 1961, Probléme d'iconographie ravennate, pp. 93-97).