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106
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alabarda

106
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Corso della Repubblica, 72 – Forlì (FC)

manifattura dell'Italia settentrionale

alabarda

acciaio ,
legno
cm.
218(a) 30(la)
altezza ferro 56
sec. XVI (1590 – 1599)

n. 54

Gorbia in tronco di piramide a sezione rettangola, raccordata al ferro con scalinature modellate, prolungata nelle due patte laterali e nelle bandelle, ora spezzate. Scure lunata, con punta superiore broccata e denti dorsali a cui corrispondono due sforature ad incrocio; becco di corvo broccato con cuspidi dorsali e di gola, con tre fori verso il colmo e due verso il basso. Dal terminale della gorbia spicca il quadrellone.

L'alabarda è un'arme in asta per gente a piedi derivata dal fissaggio di una scure ad una stanga invece che ad un manico più o meno lungo; come sempre specializzandosi poi con una cuspide o un dente dorsale. Le fanterie italiane preferirono sempre la ronca e lo spiedo, ma le alabarde furono usate anche da quest'ultime nelle Guerre d'Italia, impiegandole – come tutti gli eserciti del tempo – sui fianchi delle battaglie di picchieri, tra questi e le "maniche" degli "schioppettieri". Le forme delle alabarde ebbero una grande quantità di varianti; alcune funzionali, altre e più numerose solo di aspetto. Presto emarginata dal campo di battaglia dal quale scomparve circa negli anni Venti del XVII secolo, l'alabarda divenne un'arme per guardie e trabanti; una sua versione più piccola e talora fantasiosa fu la "sergentina" che assolse come la mezza picca da ufficiale alla funzione di distintivo di rango militare, riservato questo alla bassa ufficialità, che ne fece uso fino ai primi anni dell'Ottocento. La Guardia Svizzera pontificia la impiega tutt'oggi nel servizio cerimoniale e in alcune funzioni.

Bibliografia Boccia L.G. (a cura di)
Armi antiche delle raccolte civiche reggiane : Galleria Fontanesi, Galleria Anna e Luigi Parmiggiani, Museo del Risorgimento e della Resistenza, Collezione Gaetano Chierici
Reggio Emilia
Tecnostampa
1984
p. 28

Bibliografia Boccia L.G. (a cura di)
L’Armeria del Museo Civico medievale di Bologna
Istituto Geografico De Agostini
1991
pp. 163-164

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