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Paolo e Francesca sorpresi in atteggiamento amoroso da Gianciotto

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via Baccarini, 3 – Ravenna (RA)

Runcaldier Attilio

1801/ 1884

dipinto

tela/ pittura a olio
cm.
115(a) 86(la)
sec. XIX (1801 – 1884)

n. 302119

Paolo e Francesca sono raffigurati seduti sopra una panchetta, in un ambiente sontuosamente arredato. Francesca stringe nella mano destra abbandonata sul fianco un piccolo libro aperto, sul quale poco prima la coppia aveva indugiato nella lettura, e sembra accogliere la tenerezza dell'imprudente cognato. Gianciotto, a sinistra, ha appena scostato la tenda della porta e coglie la coppia di sorpresa.

Il quadro raffigurante Paolo e Francesca non è firmato e di esso non è nota la provenienza. E' pero ricordato come opera di Attilio Runcaldier da Corrado Ricci in uno studio su Francesca da Rimini e i Polentani nei monumenti e nell'arte (1901). In una schedina manoscritta conservata presso il Fondo Muratori nella Biblioteca Classense, sono indicati gli estremi anagrafici di questo artista, che però non è presente in alcun dizionario o repertorio dei pittori. Una stringata biografia è pubblicata in una nota nel volume delle lettere di Felice Orsini a cura di A.M. Ghisalberti (Roma 1936, p. 144), dove si apprende che Runcaldier, nel 1831, all'età di 28 anni, venne incarcerato perché compromesso nella causa di cospirazione e sommossa contro il Petrocchi e altri. In seguito, persa la moglie, viveva dei proventi della propria attività di pittore. Uscito di prigionia, fu recidivo e, contumace, venne processato per "deturpazione sacrilega" (si ingnora l'episodio per cui fu condannato). Proveniente da famiglia di "accaniti liberali", di lui riferiscono alcune note della polizia ravennate: "Attilio, poi, cioè il pittore, per le sue male qualità politiche fu per anni varii in Castello a Roma, ora è fuggiasco per l'affare delle immagini" (cfr. Maioli, Zama 1935, pp. 103-104). Fu esule in Toscana e poi in Corsica ed ebbe contatti con Mazzini nel 1843. Dopo i fatti del 1848-49, fu esule in Piemonte ed espulso nel 1853 riparò a Londra (per tutti questi avvenimenti cfr. Mazzini 1916, voi. XXIV, p. 189; Michel 1925, pp. 258, 272, 371, 381-383, 391; Orsini 1936, p. 144 nota 1). Amico di Felice Orsini,da cui ricevette i suoi diplomi legali (cfr. Luzio 1914, p. 57, nota 1), soggiornò tanto a Ginevra dove morì nel 1884 e dal 1859 in poi aveva rivisto la città natale solo due volte, mantenendo comunque ottimi rapporti con i vecchi compagni di battaglia. Un necrologio pubblicato nel quotidiano Il Ravennate del 9 settembre 1884 si ricorda che "alcuni suoi quadri si conservano in Municipio e in alcune case ravignane". La sua attività di pittore è alquanto scarna e comunque poco documentata anche a causa della sua esistenza così travagliata e rocambolesca: a cagione di ciò si è anche affievolita nel tempo la sua fama di artista.
Runcaldier fu anche abile come disegnatore, infatti realizzò incisioni di riproduzione, rispettose del modello e ben eseguite come quelle realizzate in collaborazione con l'incisore Guadagnini, per il volume delle Biografie e Ritratti di XXIV illustr romagnoli, a cura di Antonio Hercolani (Forlì 1834).
Nelle Carte Romagna della famosa Raccolta Piancastelli presso la Biblioteca Comunale di Forlì sono conservate due lettere della vedova di Runcaldier al bibliofilo ravennate Francesco Miserocchi, scritte in occasione della morte del pittore, rispettivamente in data 2 settembre 1884 e 12 ottobre 1884, e un necrologio manoscritto dello stesso Miserocchi (C.R. 630. 5-9). Ancora nelle Carte Romagna, in una minuta di certificato datata 30 novembre 1813, Pietro Runcaldier, padre dell'artista, viene dichiarato appartenente alla categoria dei chincaglieri.
L'episodio rappresentato nel dipinto in esame è l'arcinota vicenda di Paolo e Francesca: una storia vera, che Dante conosce bene perché i due giovani amanti muoiono quando il poeta è poco più che ventenne: sono quindi quasi contemporanei. Francesca, della nobile famiglia dei Da Polenta di Ravenna, sposa di Giangiotto Malatesta, si innamora del fratello di lui, Paolo; ma Giangiotto scopre l'amore segreto dei due giovani e li uccide. Dante, nel V Canto dell'Inferno, racconta la triste storia dei due amanti, condannati per l'eternità a essere trasportati da una violenta bufera, simbolo della passione che li ha travolti in vita.
Paolo e Francesca si trovano nel cerchio dei lussuriosi, di persone, cioè, che hanno preferito l'amore terreno e passionale all'amore divino. Il tema dell'amore di Paolo e Francesca ebbe molta fortuna fra i pittori romantici. Il dipinto descrive pedantemente tutto un insieme di particolari, come ad esempio i costumi del tempo, bene osservati e dotati di ampie pieghe. Il dipinto pur presentando fisionomie nobili ed espressive, cade di qualità quando l'artista esegue le mani rese non molto accuratamente. Le reazioni espresse dai volti dei personaggi, sconfinano nello psicologismo inserendo così, in una scena trecentesca, "un motivo squisitamente moderno che, combinandosi con la resa laboriosa dei costumi, risulta una nota stridente che rende allo spettatore impossibile la sospensione dell'incredulità" (Viroli 1993). La narratività dell'insieme non tiene più la composizione in senso romantico, ma sembra quasi un'istantanea.

Bibliografia Viroli G.
Quadreria Classense. Dipinti e sculture dal XV al XIX secolo nella Fabbrica Classense di Ravenna
Ravenna
Longo Editore
1993
pp. 235-236

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