
1507/ 1580
dipinto
Gesù al centro della scena, con Maria sul fianco destro e gli altri invitati disposti intorno alla tavola imbandita. In alcune figure rappresentate nell'opera – in primis fra i notabili in piedi a destra ed a sinistra di Gesù – si è ritenuto d'individuare le sembianze dell'abate Pietro, il committente, dello storico Girolamo Rossi, del Cavalier Pomponio Spreti, dello stesso Luca Longhi e dei figli Barbara e Francesco, pittori anch'essi. Sul fondo, la quinta architettonica pullula di servitori intenti a portar vivande. In primo piano, in basso, le giare di cui una con iscrizione relativa alla commissione del dipinto.
Le Nozze di Cana, dipinte nella parete dell'ex refettorio dei monaci classensi furono commissionate a Luca Longhi ed al figlio Francesco nel 1579 dall'Abate di Classe don Pietro Bagnoli da Bagnacavallo e furono ultimate l'anno successivo dietro compenso di 200 scudi d'oro. Nel contratto stipulato con i Longhi è precisata anche la tecnica da usare per la realizzazione dell'opera: "lavorata ad olio", in quanto si riteneva che data l'umidità dei muri ravennati sarebbe stato sconveniente utilizzare la tecnica dell'affresco, per via del subitaneo degrado cui andava incontro. Il tema del dipinto, raro nella pittura medievale, diviene un soggetto molto diffuso dal secolo XV in poi per decorare le pareti dei refettori insieme all'Ultima cena. L'esemplare ravennate di Luca Longhi ha avuto una lusinghiera fortuna critica in quanto da subito ritenuta opera fondamentale: per l'organizzazione della scena e per la varietà degli atteggiamenti non si è sottratta al paragone con le più famose ed importanti cene di Veronese e Leonardo. Francesco Beltrami a tal proposito osserva alla fine del Settecento che "l'erudito Autore delle note alla Raccolta di Lettere su la Pittura, Scultura, e Architettura al Tom. V nella seconda nota della Lettera 46 attribuisce ad altro Pittore il notato Quadro delle Nozze di Cana in Galilea". Il sacerdote tuttavia è indotto a respingere l'attribuzione ad altro pittore dell'opera sostenendo che Le Nozze di Cana è una delle opere più belle "…dei nostri Pittori Longhi…".
Le fonti d'ispirazione secondo Jadranca Bentini vanno ricercate in ambito locale negli affreschi di Santa Chiara e di santa Maria in Porto Fuori, oltreché nella "Cena dell'Abate Guido" nel refettorio dell'abbazia di Pomposa. Le Nozze di Cana assumono un rilievo davvero emblematico, nella complessa maestosità del risultato pittorico, riguardo al raggiungimento da parte della committenza camaldolese di una precisa consapevolezza in ordine alle proprie finalità: evidenziare e ribadire la funzione di rilevanza culturale e artistica, oltreché religiosa e devozionale del Monastero; inoltre la presenza di Longhi e dei suoi figlioli testimoniano il lustro raggiunto dalla sua bottega nella città. Nonostante, come citato sopra, si fosse adottata la tecnica ad olio, l'opera ha subito nel tempo gravi danni, a cominciare dall'alluvione devastante del 27 maggio 1636 che procurò morte, distruzioni e danni irreparabili sia agli edifici che agli archivi: la parte bassa del dipinto è pressoché irrecuperabile. A causa dei danni procurati al dipinto e della crescente umidità una lunga serie di restauri sono documentati a partire dal 1779: fra questi quello di Francesco Zannoni è il primo pittore conosciuto. Alla fine dell'Ottocento numerosi interventi critici sui giornali indussero gli amministratoria a consultare i docenti della locale Accademia di Belle Arti per valutare la possibilità di un distacco dell'opera dal muro: il referto dei pittori Gaetano Bianchi e Camillo Majoli fu negativo in quanto essi ritenevano che "è meglio conservare un guasto originale che spendere per avere un'opera tradita". Lo stesso Bianchi nel 1882 ricevette l'incarico dal Comune di isolare il riquadro attraverso l'apertura di una serie di archetti su piedritti di marmo alla base della parete, e di iniziare una prudente pulitura. La necessità di un'ulteriore intervento, cagionato dall'irrisolto problema della buona conservazione, vide in opera nel 1884 Filippo Fiscali, uno dei più valenti restauratori dell'epoca, che realizzò una pulitura unanimemente ritenuta esemplare. Nel 1968-74, con l'ottimo intervento di Ottorino Nonfarmale, eseguito per conto dell'Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia Romagna si concluse la cronologia dei restauri. In quell'occasione il dipinto fu staccato dalla parete e ricollocato in situ su un supporto di alluminio anodizzato al fine di favorirne una conservazione durevole; inoltre si provvide al recupero della cornice dorata menzionata nel contratto di allogazione dell'opera.
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