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ritratto virile in alta uniforme

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Via Piero Maroncelli, 3 (c/o Palazzo del Mutilato) – Forlì (FC)

produzione italiana

attestato

carta/ pittura a tempera/ inchiostro,
legno,
legno dorato,
cartoncino ,
vetro ,
ferro
cm
54,5(a) 68,8(la) 1,5(p)
misure con cornice
sec. XX (1917 – 1917)

Attestato su carta contenente la relazione e la motivazione della proposta di conferimento della medaglia d'oro al valor militare al tenente Fulcieri Paulucci de Calboli. Il documento è scritto ad inchiostro nero e rosso e decorato a tempera: girali vegetali formano una cornice all'interno della quale è posto il testo della relazione e che è arricchita da medaglioni figurativi rappresentanti, in alto al centro, un ritratto virile in alta uniforme; lungo il margine sinistro, tondo con proiettili di diversa misura e ovale con cavallo rampante su sfondo blu, sormontato da corona e posto al di sopra di un cartiglio con il motto del reggimento Savoia Cavalleria ("SAVOYE BONNES NOUVELLES"); lungo il margine destro, tondo con proiettili uguale al precedente e stemma nobiliare coronato della famiglia Paulucci de Calboli (troncato: in alto rosa d'oro su campo rosso, in basso fasciato d'oro e nero).

Attestato del Comando d'Artiglieria della 3° Armata contro batterie, riguardante il conferimento della medaglia d'oro al valor militare al marchese Fulcieri Paulucci di Calboli (1893- 1919), in cui è raccontata, in maniera estremamente dettagliata, l'attività svolta al fronte dal giovane tenente fino al ferimento che gli causò la paralisi degli arti inferiori. Laureato a Genova nel 1914, il marchese Fulcieri era intenzionato a seguire le orme paterne intraprendendo la carriera diplomatica, quando l'imminenza della guerra lo spinse ad arruolarsi nell’ottobre del 1914 nel plotone allievi ufficiali del reggimento Saluzzo a Milano. Ne uscì ufficiale nel 1915 e fu tra i primi soldati italiani a varcare i confini nel maggio dello stesso anno come tenente di complemento del Reggimento Savoia Cavalleria; non considerando tuttavia la cavalleria un'arma pienamente operativa nella guerra di trincea, chiese di essere trasferito prima in fanteria e quindi in artiglieria da campagna. Dimostrò coraggio non comune, quando, sebbene ferito due volte nelle battaglie dell'Isonzo tra il 1915 e il 1916 e ormai inabile alla guerra in quanto zoppo (nell'attestato si racconta come la scheggia di granata che lo ferì per la seconda volta gli spappolò la rotula del ginocchio, rendendogli impossibile il piegamento della gamba e doloroso ogni movimento di essa), volle comunque rimanere al fronte e ottenne di poter servire come ufficiale osservatore di controbatteria di prima linea, dimostrandosi instancabile in tale servizio nonostante la gamba rigida. Il 18 gennaio 1917, durante il proprio turno di riposo si recò volontariamente in ricognizione a un pericoloso osservatorio di prima linea presso Dosso Faiti (Carso sloveno) mentre si svolgeva un attacco nemico: centrato l'osservatorio da una granata nemica, si recò solo e allo scoperto al comando del battaglione per chiedere rinforzi e in tale tragitto fu colpito alla schiena da una scheggia di shrapnel che lo ridusse sulla sedia a rotelle. Caduto nell’oscurità, non venne rinvenuto subito, ma rimase per circa due ore senza soccorso. Trasportato finalmente al comando del battaglione del 33° fanteria, seppur ferito gravemente, continuò a incitare all’azione i suoi compagni, affermando "di essere felice di morire per il proprio paese". Per l'eroismo dimostrato fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare, che gli fu consegnata in ospedale dal Duca di Savoia, Emanuele Filiberto, il 27 gennaio 1917. Tornato in patria, seppur costretto alla sedia a rotelle, divenne uno degli animatori del "fronte interno", occupandosi di mobilitare i civili per il soccorso ai combattenti dopo la disfatta di Caporetto. Venne infine ricoverato in una clinica di montagna a Saanen, vicino Berna, dove morì il 28 febbraio del 1919.
Sul retro della cornice è apposto il foglio che indica come l'attestato sia stato inviato dal Cons. Ginevra a Giacomo Barone, che nel 1920 sposò Camilla, sorella di Fulcieri e nel 1922 divenne capo di gabinetto nel Ministero degli Esteri del Governo Mussolini. L'invio del documento deve collocarsi almeno dopo il 1922, anno della nascita del primogenito di Giacomo Barone, che venne chiamato Fulcieri in ricordo dello zio morto: in tale occasione Giacomo Barone ottenne dal re di poter assumere anche il cognome della moglie (diventando Giacomo Paulucci di Calboli Barone, titolazione presente nella dedica), in modo da perpetrare il titolo di marchese e da non lasciare estinguere l'antico casato forlivese dei Paulucci di Calboli, citato persino da Dante nel canto XV del Purgatorio.

Bibliografia Mola P. (a cura di)
Wildt: L’anima e le forme
Cinisello Balsamo
Silvana Editoriale
2012
pp. 352-54

Altre informazioni

Tipo di caratteri: corsivo
Tecnica di scrittura: a matita
Trascrizione: dal Cons. Ginevra
Tipo di caratteri: corsivo//numeri arabi
Tecnica di scrittura: a inchiostro
Trascrizione: A S. E. il Marchese/ G. Paulucci di Calboli Barone/ R. Ministro Plenipotenziario/ Via Nicolò Porpora 1/ Roma

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