
ambito padano
scultura
n. 1229
n. 9, dattiloscritto Galli
Piccola scultura, alta 30 centimetri, raffigurante un leoncino eretto sulle zampe anteriori, con le fauci spalancate e l’espressione ferina ai limiti del grottesco. La testa, incorniciata da una criniera a ripetitivi riccioli, è issata su di un corpo quasi abbozzato nella parte posteriore, molto più semplificato e sproporzionato rispetto alla fronte, con unico dettaglio la coda, avvolta sulla schiena dell’animale.
Il leoncino viene ricordato erroneamente dalla letteratura artistica locale come “marzocchino”. Con il termine Marzocco in realtà si indica il simbolo di Firenze, il leone che tiene con la zampa destra lo stemma della città con il giglio, come il celebre esemplare scolpito da Donatello nel 1419 per il Palazzo della Signoria. Nel caso della scultura imolese si tratta più semplicemente di un leoncino senza alcun riferimento araldico.
Non vi sono informazioni che accertino la primitiva collocazione ed utilizzo della scultura. Nell’inventario dattiloscritto redatto da Romeo Galli ai primi del Novecento il leoncino è detto proveniente dal palazzo Calderini dietro San Cassiano, dove serviva come capo-scala, creduto parte di una tomba del secolo XIII. Non è noto da dove Galli avesse tratto quest’informazione. Simile descrizione è data da Rezio Buscaroli, che parlando dei reperti nel lapidario riferisce di “un Marzocco pure di marmo, probabile sostegno di colonnina di protiro….”. Aggiunge inoltre: “L’altro [leoncino] corrispondente, messo, come questo, ad abbellimento della scala di Casa Calderini, in piazza S. Cassiano, fu involato dai ladri nel 1900”.
Le ipotesi di Buscaroli e Galli, che vedrebbero il leoncino inserito all’interno di una struttura architettonica o funebre, sembrano da scartare. Date le dimensioni e la forma, infatti, sembra difficilmente condivisibile l’ipotesi di Buscaroli che questo facesse da telamone ad una colonnina di protiro, non essendo visibile alcun segno che faccia pensare ad una scultura “stilofora”. Nel Museo Diocesano di Imola sono conservati due leoncini stilofori romanici, provenienti dalla Cattedrale di San Cassiano, che presentano approssimativamente le stesse misure del leoncino del Museo di San Domenico ed una simile vivacità espressiva, ma, a differenza di questo, hanno ben visibile sulla schiena il punto di innesto della colonnina.
Galli, e con lui molti critici successivi, ha proposto che la scultura facesse parte di uno smembrato monumento sepolcrale del XIII secolo, ma l’idea è contraddetta dalle dimensioni e posizione del leoncino. Le coppie di leoni che compaiono spesso nei monumenti sepolcrali del XIII e XIV secolo sono quasi sempre accovacciate, per svolgere meglio il loro ruolo architettonico, (si veda ad esempio il monumento Bardi in Santa Croce a Firenze) quando non ridotti alla sola erma e treno posteriore, come nel monumento del Cardinale Longhi in Santa Maria Maggiore a Bergamo (ante 1319). Nel Museo Civico di Bologna sono conservate due protomi leonine, dal carattere espressivo e grottesco molto vicino a quello della scultura imolese, databili circa allo stesso periodo, ma la cui funzione architettonica è immediatamente percepibile dal “dente” sul quale poggia la grande urna di Corrado Fogolini. Lo stesso dicasi delle coppie di leoni stilofori arcaicizzanti dell’arca di Rolandino de Romanzi (m. 1284), collocata all’esterno della chiesa di San Francesco a Bologna, anch’essi eretti sulle zampe anteriori, ma con un profondo innesto della colonna nel corpo degli animali.
Il confronto con le sepolture bolognesi mette tuttavia in luce una stretta vicinanza formale, che conferma una datazione alla seconda metà del XIII secolo. Si riscontra infatti una comune velocità e semplicità esecutiva, l’“inconfondibile inclinazione espressiva e la promiscuità di cultura” che si “lascia immaginare bolognese o di prevalente educazione bolognese”, unita ad un evidente riferimento formale alla tradizione locale romanica.
Data l’assenza di scalfitture sul leoncino ed una certa corsività nella sua esecuzione si può trattare semplicemente di un elemento di decorazione architettonica, proprio come capo-scala, o impiegato in qualche elemento decorativo esterno, considerato lo stato di conservazione del rilievo e la notizia tramandata da Buscaroli che vi fosse una coppia di leoncini, probabilmente da immaginare affrontati, dei quali quello del Museo costituisce il leone di sinistra, e presenta ancora visibile un foro al centro della base con tracce di ruggine, in corrispondenza probabilmente del perno per l’inserimento della scultura sulla balaustra delle scale di palazzo Calderini.
La qualità esecutiva del leoncino preso singolarmente risulta modesta, ma, se immaginato in coppia, assieme all’altro rubato ai primi del Novecento, a decoro di un palazzo privato, diventa un importante elemento di arredo, da porre a confronto con gli esempi di scale interne e balauste decorate con leoncini come si trovano numerose in ambito veneziano.
La scultura lascia intravedere la memoria di un palazzo signorile medievale e rende l’idea di una realtà architettonica del centro imolese in gran parte scomparsa.
Il leone è stato restaurato nel 2004 da Marilena Gamberini, occasione nella quale la scultura è stata liberata da uno strato di vernice scura che la ricopriva fino a metà. Il segno di rottura che si vede tutt’attorno all’altezza delle zampe è ricordato da Piani in relazione al furto in casa Calderini: mente l’altro leoncino fu trafugato facilmente questo si spezzò nel tentativo di strapparlo dalla sede e venne abbandonato dai ladri.
Bibliografia
Piani G.
Il Museo comunale d’Imola
Villa Verucchio
La Pieve
1938
p. 16
Bibliografia
Buscaroli R.
Imola città dintorni
1939
p. 113-114
Bibliografia
Cerrato L.
Notizie sui resti archeologici e sui monumenti antichi della zona imolese e dei comuni limitrofi
Atti dell’Associazione per Imola storico-artistica
Imola
Cooperativa Tipografico Editrice “P. Galeati”
1947
p. 44
Bibliografia
Violi M. (a cura di)
Il Museo e la Pinacoteca Diocesani di Imola. Repertorio delle campane del XIII al XIX secolo
Imola
Diocesi di Imola
2006
p. 65, 199