
1879/ 1942
busto
Fissato sul palazzo di fronte al caffè Fanti e ornato da un largo festone di alloro, il busto in bronzo ritrae un Garibaldi in età avanzata, con l’espressione greve e severa, i capelli lunghi ma non più fluenti, la folta barba, l’immancabile fazzoletto al collo. Alle spalle del busto vi è una lapide con epigrafe.
L’opera raffigurante Giuseppe Garibaldi venne inaugurata con una solenne cerimonia il 10 settembre 1905 in Corso Garibaldi a Vignola. L’autore è il giovane scultore savignanese Giuseppe Graziosi agli inizi di una fulgida carriera che lo porterà nella prima parte del Novecento ai vertici dell’arte italiana. Per l’entusiasta cronista dell’avvenimento la splendida figura dell’Eroe fortemente modellata, fieramente espressiva, segna un passo per il valoroso artista. La scultura è collocata su una mensola davanti all’epigrafe in marmo murata il 16 aprile 1882 sullo stesso palazzo, precedente omaggio della città al generale, per ricordarne la visita compiuta a Vignola il 6 novembre 1859, quando venne a ispezionare il Battaglione Bersaglieri di Vignola, accasermato nel Castello, comandato da Massimiliano Menotti (1827-1889), figlio del martire Ciro.
Dopo l’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859) Garibaldi, forte del suo prestigio, era stato chiamato a Modena, dove risiedette dal 1 7 agosto al 13 novembre, per assumere con Manfredo Fanti (1806-1865) il comando della forza militare unitaria degli ex ducati emiliani e della Toscana, prossimi all’annessione al Piemonte, per riordinare le milizie volontarie, truppe eterogenee e poco avvezze alla disciplina per le prevedibili future imprese militari. Inoltre c’erano da impedire i tentativi di agenti austriaci di fomentare disordini e ripristinare i vecchi duchi. In quel periodo Garibaldi visitò il territorio modenese accolto ovunque da folle entusiaste. A Modena, a Sassuolo, a Vignola, a Mirandola, a San Felice, a Massa Finalese, a Finale Emilia e in altri luoghi, monumenti, lapidi ed epigrafi ne testimoniano le visite e i discorsi brevi e incisivi. Tra queste a Mirandola in piazza Garibaldi una lapide ricorda che il generale affacciatosi al balcone dell’Albergo Posta, dove alloggiava, rivolto al popolo che ne vide l’aspetto e ne udì la parola pronunciò la breve frase: «Meno evviva e più fatti». Era l’incitazione ad essere protagonisti dei prossimi eventi fondamentali per il destino dell’Italia.
Nell’epica risorgimentale Giuseppe Garibaldi è l’eroe principale, il generale raffigurato nei manuali di storia del Novecento, in mille quadri e in numerosi monumenti, con la camicia rossa, la spada in pugno, la bandiera tricolore, circondato dai suoi fedeli soldati, mentre combatte una delle tante battaglie per l’Unità, d’Italia. Il ritratto più vivido per intensità e sintesi lo dà Edmondo De Amicis (1846-1908) nel libro Cuore, all’inizio del capitolo Giugno. Si deve a quel testo, letto nelle scuole elementari per buona parte del Novecento, la creazione del mito patriottico di Garibaldi. L’enfasi deamicisiana coinvolgeva i giovani scolari: «… Era grande, semplice e buono. Odiava tutti gli oppressori, amava tutti i popoli, proteggeva tutti i deboli; non aveva altra aspirazione che il bene, rifiutava gli onori, disprezzava la morte, adorava l’Italia. Quando gettava un grido di guerra, legioni di valorosi accorrevano a lui da ogni parte: signori lasciavano i palazzi, operai le officine, giovanetti le scuole per andare a combattere al sole della sua gloria. In guerra portava una camicia rossa. Era forte, biondo, bello. Sui campi di battaglia era un fulmine, negli affetti un fanciullo, nei dolori un santo».
Giuseppe Garibaldi fu tra i più grandi artefici dell’Unità d’Italia, il condottiero più audace, più amato e nello stesso tempo contrastato. Fuggito dall’Italia nel 1836, dopo il fallimento dell’insurrezione mazziniana della Savoia e di Genova, combatté per lunghi anni per l’indipendenza dell’Uruguay dall’Argentina. A Montevideo formò una legione di volontari italiani che per uniforme portavano la camicia rossa. La gloria conquistata in America, con la nomina a generale, lo aveva preceduto quando, il 15 aprile del 1848, ritornò in Italia a combattere per la libertà e l’indipendenza nazionale. Combatté in tutte le tre guerre d’Indipendenza, fino all’ultima sfortunata impresa di Mentana il 3 novembre 1867 per la conquista di Roma, che avverrà tre anni dopo, il 20 settembre 1870. Uomo d’azione, amato dai suoi uomini che accorrevano volontari ai suoi appelli, compì con successo le più ardue imprese. Di sentimenti repubblicani e anticlericali, accettò di combattere per unire l’Italia sotto la monarchia dei Savoia e accettò la politica di Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) che aveva capito come il grande prestigio popolare del generale fosse di fondamentale importanza per gli esiti dell’ultima fase del Risorgimento. La sua più grande ed emblematica impresa, determinante per la vittoria finale, fu l’impresa dei Mille. L’impeto dell’uomo d’azione, che lo animava, lo portò a contrapporsi alle ragioni della politica e della diplomazia, a scontrarsi con il governo del nuovo regno, a subire diktat e a rifugiarsi spesso e con amarezza nella piccola Caprera.
Bibliografia
Piraccini O. (a cura di)
Monumenti tricolori : sculture celebrative e lapidi commemorative del Risorgimento in Emilia e Romagna
Bologna
Editrice Compositori
2012
pp. 37, 38