
produzione dell'Italia centro-settentrionale
lapide tombale
n. 1191
n. 10, dattiloscritto Galli
Lapide incisa, ritagliata sui bordi salvando solo l’impresa araldica della famiglia Calderini. Il disegno dello stemma infatti doveva continuare oltre i margini attuali, sia in altezza che ai lati. Lo stemma è circondato da cartocci, alla testa e collo di aquila strappato, di profilo verso destra, la lingua sporgente dal rostro, con il piumaggio fiammeggiante e coronata. E’caricato da tre gigli posti tra i quattro pendenti di un lambello, timbrato da una corona solo parzialmente visibile, perduta con il taglio della lapide. I cartocci erano a loro volta inscritti in un profilo doppio, anch’esso sagomato e in gran parte ritagliato.
Lo stemma è facilmente riconoscibile con quello della famiglia Calderini. (si veda Morici 1588 c. 81; Ferri 1991. Per brevi notizie sulla famiglia cfr. F. Mancini, 1979 pp. 63-64). La lapide, anche se frammentaria e quindi non indagabile nella sua totalità, sembra appartenere ad una tipologia semplice e standardizzata di sepolcro terragno “di famiglia”, che prevedeva al centro esclusivamente il blasone del casato, senza epigrafi o riferimenti individuali che personalizzassero la pietra. Pur trattandosi solo di una ricostruzione ipotetica è attendibile l’idea di Piani (1938 p. 16) che la lapide si trovasse a terra, sotto o nei pressi di un monumento sepolcrale della famiglia Calderini, a copertura quindi del sepolcreto vero e proprio. E’ frequente, infatti, che una semplice lapide terragna indichi il sepolcro della famiglia, affiancando un più monumentale edificio funebre dalla funzione solamente commemorativa, magari a parete, od un altare di famiglia.
La collocazione degli anelli così centrali, ravvicinati e su di un asse orizzontale, permette di immaginare che la lapide originariamente fosse di profilo quadrato e con un ridotto sviluppo in lunghezza. (si vedano ad esempio le lapidi del XV-XVI secolo citate nel volume di Silvia Colucci, Sepolcri a Siena tra Medioevo e Rinascimento, Firenze, 2003, che attestano per le lapidi incise di forma quadrata una dimensione media di circa 1 x 1 mt).
La forma dello stemma a volute e cartocci, conferma ulteriormente una datazione al XVI secolo.
La provenienza della lapide da San Francesco, ipotizzata già nel dattiloscritto del Galli e ripetuta da Piani, sembra trovare possibili conferme in un’epigrafe trascritta dal Mancurti nel 1732, che vide sul muro del coro della chiesa francescana: “DOM. / P. PAULO CALDRIO IURIS CONSUL. / CIVIT. IMOLEN. PMRIO MULT. MAGISTRATIB. / CLARISS. CALDARINUS FILIUS / BEN MERENTI POSUIT. / A. S. MD DIE XXVIII DECEMB.” L’epigrafe, anche se non direttamente pertinente a questa lapide, attesta la presenza di sepolcri Calderini in San Francesco nel Cinquecento, posti all’epoca degli eredi di Pier Paolo Calderini, che ricoprì importanti cariche pubbliche sotto i Manfredi ed anche con i Riario-Sforza, confermando la presenza di uno spazio sepolcrale della famiglia nella chiesa francescana nel XVI secolo.
Accettando questa provenienza di deve ritenere che la lapide sia stata tolta dalla sua ubicazione originaria in seguito alla soppressione della chiesa e convento di San Francesco nel 1810.