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Pianto di Adamo

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Via Frangipane, 6 – Bertinoro (FC)

Messina Francesco

1900/ 1995

scultura

bronzo/ fusione
cm.
61.5(a) 21(la) 39(p)
sec. XX (1929 – 1929)

n. 2

Francesco Messina nasce a Linguaglossa, Catania, il 15 dicembre 1900 e muore a Milano nel 1995. Ancora in fasce si trasferisce con la famiglia a Genova, dove vive nella città antica, abitata da "parte di quella umanità che si direbbe, a prima vista,abbandonata da Dio: mendicanti, prostitute, ladri e, fra questi, qualche famiglia di operai poveri come noi".
Dagli otto ai tredici anni compie il suo apprendistato presso la bottega del marmista Callegari, per poi iscriversi all'Accademia Linguistica di Belle Arti. Sono anni particolarmente intensi dal punto di vista formativo: il contatto con gli ambienti poveri della città unito alle profonde suggestioni artistiche e letterarie del cimitero di Staglieno lasceranno tracce fondamentali per comprendere lo stile immediato, a diretto contatto con il vero, che contraddistinguerà le opere del Messina della maturità. Chiamato alle armi nel Gennaio del 1918, è congedato l'anno successivo: lo scultore inizia ad esporre a Milano, Roma, Napoli e Venezia, intessendo una serie di rapporti duraturi con Eugenio Montale e Carlo Carrà. In questi anni completa la sua formazione culturale attraverso lo studio delle opere esposte nei più importanti musei d'Europa. A Parigi stringe rapporti con De Chirico, Campigli, De Pisis e Savinio. Margherita Sarfatti lo inserisce nel gruppo Novecento, destinato a percorrere le principali città del Vecchio Continente e degli Stati Uniti. Matura un linguaggio artistico vicino ai grandi classici del Rinascimento italiano, da Filippo Brunelleschi a Jacopo della Quercia, con cui affrontare i valori della modernità: Messina non è appagato dalla keatsiana consapevolezza che il bello costituisce il tutto il sapere che è dato all'uomo. Come per Campigli, la sua tendenza all'antico non è evasione dalla realtà attuale, ma la risposta ad un bisogno profondo. La sua ricerca che si compirà alla fine degli anni Venti ed all'inizio dei primi Trenta è mirata a scoprire la parte di divino che esiste nella sfera umana, attraverso uno stile che si contraddistingue per un approccio profondamente realistico: Antonio Paolucci lo ha definito "il testimone della pura carnalità, della gioia di vivere. Nessuno tra gli artisti di questo secolo ha saputo essere altrettanto solare e pagano [.]". A fianco di questa calda solarità, Messina si ferma a riflettere sui limiti della nostra esistenza, interrogandosi sul peso del nostro cammino. In questa ottica si inserisce l'opera esposta presso il Museo Interreligioso intitolata Adamo piangente del 1929. L'opera rappresenta una metafora impressionante dell'uomo contemporaneo, che si trova smarrito senza punti di riferimento sicuri, demoliti dalla modernità e, nonostante questo, ancora attratto dal bisogno di assoluto, di un rapporto autentico con Dio. Il volto nascosto tra le mani, l'incurvatura della schiena
possente rendono Adamo simile ad una delle creature che popolano i buchi neri, ricordati dall'amico Montale nella sua ultima produzione: "Si parla e straparla / di buchi neri. / Io credo che il più nero / sia abitato da noi / e forse qualcuno di fuori / si chiede se dentro ci siano / bestie a due gambe o a quattro / o nessuna [.]". Lo stile tormentato della modellazione si accorda al tema rappresentato: un tratto tagliente, che Messina riutilizzerà per il ciclo delle Storie di Santa Caterina da Siena e per la serie di bassorilievi intitolati Gli orrori della guerra. A chi gli chiese da dove scaturisse la sua scultura, l'artista rispose: "Nella natura inventata da Dio e cantata dai poeti". In questa frase si riassume tutta l'attività di Messina, destinata a durare oltre settanta anni. La scelta del verbo "inventare" e non "creare" si richiama al gioco, alla fantasia, all'arte: lo scultore partecipa a questo gioco di Dio, che inventa ogni giorno l'infinta bellezza del mondo. Al tempo stesso l'artista con la propria opera si unisce a quei poeti, intesi da Messina come gli scultori del passato, che hanno cantato l'inventio divina. La natura, il vero, e la cultura sono i confini entro i quali si muove l'intero percorso artistico dello scultore siciliano. Se per Montale "un dio con barba" tentava di persuaderci dell'esistenza della realtà, ad un "Dio senza barba" Messina era consapevole di dovere quel "tremito delle mani", che era la fonte prima della sua intera produzione e strumento di conoscenza per indagare l'opera più autentica della sublime fantasia divina: l'uomo.

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