
attiva 1859-1906
Note biografiche
Il 25 sett. 1859 Francesco Glisenti con i fratelli Isidoro e Costanzo, trasformando una cartiera che dopo la rovinosa inondazione del Mella del 1850 aveva cessato l'attività, fondò a Carcina in Valtrompia l'officina metallurgica Francesco Glisenti. L'impresa sorse con moderne aspirazioni industriali, dove innovazione tecnica, modernizzazione dei processi produttivi e lavorazione integrata avrebbero rapidamente permesso l'accaparramento di importanti commesse statali. Nel 1865 produsse 50.000 fucili per la guardia nazionale, tra il 1867 e il 1870 30.000 fucili Chassepot per la Francia. Ma fu soprattutto grazie allo Zanardelli che dal 1876 la Glisenti, battendo la concorrenza degli arsenali governativi di Brescia e Gardone, riuscì a ottenere importanti ordinativi statali di armi, proiettili e granate, a cominciare dalla fornitura in quello stesso anno di 25.000 fucili Wetterly.
Alla giovane impresa non mancarono i riconoscimenti nazionali e internazionali, come la medaglia d'oro all'Esposizione mondiale di Parigi del 1867, alle esposizioni di Firenze del 1861, di Milano del 1871 e di Torino del 1884. Il pezzo pregiato della produzione armiera era la pistola calibro 10,35, poi calibro 9, che venne prodotta dal 1874 ed entrò in dotazione alla Guardia di finanza, all'artiglieria e al genio, tanto che nel 1888 ne erano già stati prodotti 60.000 esemplari.
Costanzo (1827-96) e Isidoro (1820-67) in particolare diedero un notevole contributo ai processi di innovazione, istituendo e dirigendo un gabinetto di studi per prove e ricerche tecnologiche i cui risultati non tardarono ad arrivare.
Nel corso del secondo Ottocento ottennero numerosi brevetti: nel 1865, per un fucile ad ago; nel 1866, per la fabbricazione accelerata delle canne da fucile adoperando acciaio fuso nei crogioli; nel 1869, per un revolver a percussione centrale; nel 1870 per un fucile a retrocarica; nel 1876, per un altro fucile a retrocarica; nel 1886, per una innovativa preparazione della lignite per fondere i minerali di ferro negli altiforni; nel 1889, per la fabbricazione di catene in acciaio extradolce, per modificazioni al montaggio del cane del revolver e per un nuovo modo di produrre proiettili vuoti in acciaio.
Nel volgere di pochi anni l'iniziativa dei G. si estese sull'intero territorio triumplino. L'officina di Carcina, che nel 1868 impiegava più di 600 operai, non era che "il centro principale ove mettono capo una quantità di piccole industrie e di piccole fucine, sparse su per la valle […]. In queste, centinaja di operai lavorano a cottimo, e fabbricano pezzi secondarj delle armi, che poi versano alla officina principale, ove sono ripuliti e connessi assieme" (Robecchi, p. 263).
L'attività della Glisenti si venne via via sviluppando lungo il corso del fiume Mella: nel 1884 l'industria utilizzava complessivamente circa 500 cavalli idraulici, con impianti che, tenendo conto delle diverse fasi di lavorazione, erano situati da monte a valle, seguendo un percorso di trasformazione discendente e dando vita a un ciclo di produzione completo e perfettamente integrato. Più a monte era infatti posta la miniera – chiamata Alfredo dal nome del primogenito di Francesco – avuta in concessione dal 1872 su un'area di 300 ettari nel comune di Bovegno e da cui si estraevano 2000 tonnellate all'anno di ferro spatico manganesifero di ottima qualità, particolarmente adatto alla produzione di acciaio. Nella seconda metà degli anni Novanta la produzione era salita a 4000 tonnellate; il ferro veniva torrefatto in loco in tre forni a tino a fuoco continuo e passava poi nell'antico forno di Tavernole, posto 5 km più a valle, acquistato nel 1873 e completamente rinnovato, dove veniva trasformato in 1500 tonnellate di ghisa con carbone di legna proveniente dalla vicina Valsabbia e dal Trentino e conseguentemente in masselli di ferro e di acciaio pudellati.
Nell'opificio di Tavernole era attivo un altoforno a carbone di legna della capacità di 24 m3 e due forni di pudellatura Siemens, i quali utilizzavano per la combustione i gas di scarto dell'ossidazione che fuoriuscivano dalla bocca dell'altoforno, cosa che comportava il raggiungimento di temperature molto più elevate e un risparmio di combustibile. Questo impianto permise alla Glisenti, che fino ad allora si era rifornita di ghisa presso l'altoforno di Pisogne, di assumere il controllo diretto anche di questa fase del ciclo produttivo; 12 km più a valle, presso Zanano, vi erano due fucine per la bollitura e la stiratura al maglio in cui venivano lavorati i masselli di ferro e acciaio provenienti da Tavernole, l'acciaio prodotto a Carcina e materiale di rottamazione. Dagli impianti, dotati rispettivamente di tre magli idraulici e di due fucine, i trasporti avvenivano dal 1882 attraverso la tramvia a vapore che collegava Gardone Val Trompia con Brescia. Lo stabilimento di Villa, poco distante da quello di Carcina, era costituito da due corpi di fabbrica. Il più grande, adibito alla fabbricazione di acciaio con utilizzo parziale di rottami, era provvisto di un forno Martin-Siemens – installato nel 1883, con quattro gasogeni, gru e forni a riverbero, in grado di produrre lingotti da 7 tonnellate – e di tre magli a vapore, uno dei quali di 12 tonnellate, costruito dalla stessa Glisenti, in grado di fucinare i blocchi maggiori; il secondo, a uso di officina, era impiegato per la lavorazione delle canne delle armi da fuoco.
Il più importante degli impianti era quello di Carcina, con tre corpi di fabbrica adibiti alla siderurgia, alle costruzioni meccaniche e alla fabbricazione d'armi: il reparto siderurgico, munito di un forno Siemens installato nel 1872, produceva giornalmente 9 quintali di acciaio fuso e 3 tra acciaio colato in piccoli pezzi e ghisa malleabile; l'officina per le costruzioni meccaniche con relativa fonderia serviva sia per la realizzazione e la manutenzione degli impianti della Glisenti, sia per la fabbricazione di nuove costruzioni per conto terzi; la fabbrica d'armi, infine, era in grado di produrre fino a cento fucili al giorno, con una produzione media annua di 4000 pezzi tra armi da guerra e da caccia. La Glisenti possedeva poi due edifici in Brescia, uno utilizzato come magazzino e l'altro come studio e abitazione. Nel 1896 erano complessivamente occupati 730 operai.
Alla sua morte, avvenuta nel 1887, Francesco lasciava quattro figli avuti da Pierina Pellegrini: Maria (1869-1944), che sposò nel 1894 Ugo Da Como, Alfredo, Guido e Teodoro (1881-1970). Alfredo (1870-1906), laureatosi in ingegneria, aiutato nei primi anni dallo zio Costanzo, prese il controllo dell'impresa e fronteggiò la contrazione della domanda armiera. In primo luogo ridusse la produzione siderurgica, dando in concessione nel 1894 la miniera Alfredo e l'altoforno di Tavernole alla ferriera di Vobarno di A. Migliavacca in cambio di una percentuale sulla ghisa prodotta. Continuò la produzione di armi per l'Esercito e di chiavarde e catene per la Marina, ma soprattutto cercò nuovi sbocchi di mercato nel comparto meccanico allo scopo di emancipare un'impresa troppo esposta finanziariamente e dipendente dagli ordinativi statali.
Per questo, nel 1895, nell'officina meccanica di Carcina si studiò approfonditamente la possibilità di fabbricare biciclette e nel 1898, all'Esposizione di Torino, venne acquistato il brevetto dei motori a benzina del professor E. Bernardi di Padova dando inizio alla produzione di autovetture a tre ruote. L'insuccesso dell'impresa fu tale da costringere Alfredo ad abbandonare la fabbricazione di automobili e a cercare nuovi alleati; venne così costituita a Milano nel 1900 la società anonima Siderurgica Glisenti con capitale sociale di 2.500.000 lire il cui presidente era l'ingegnere Giuseppe Feltrinelli, mentre il G., con Federico Bettoni-Cazzago, diventava uno dei due consiglieri delegati.
Con la morte dello Zanardelli nel 1903 diminuivano ulteriormente per la Glisenti le possibilità di ottenere importanti commesse statali. Poi la prematura morte di Alfredo nel giugno 1906 portò alla liquidazione della società. (dizionario biografico Treccani).