
I Musei Civici di Reggio Emilia conservano nove fotografie etnografiche. Seguirne la collocazione nei vari inventari può aiutare a gettare un po’ di luce sulla loro origine. Esse occupano le posizioni 154-162 nell’inventario revisionato da Maria Longhena nel luglio-ottobre del 1984.
L’Inventario Progressivo Cartocci assegnava loro invece le posizioni 24054 – 24062; a loro volta le immagini riportano un numero seriale, limitato al fondo, da 277 a 285 (probabilmente attribuito sempre dal Cartocci).
Sappiamo che erano esposte nello sportello 80 (poi diventato vetrina 103), recante la didascalia “Egitto, Turchia, Indie, Giappone, Cina”.
Il Cartocci realizzò una seconda versione del catalogo, cambiando numeri progressivi generali, mantenendo invece identici i numeri progressivi di sportello/vetrina. Quindi la vetrina denominata “Egitto, Turchia, Indie, Giappone, Cina” diventa “sportello 108”.
La vetrina “103 Cartocci1” è stata ricollocata – secondo Cartocci2 – nella 108 e i pezzi rinumerati 25043 – 25051. Secondo il Cartocci, le fotografie “rappresentano pagode, vasi, etc” e condividono una provenienza univoca, ossia il Giappone.
Ad avviso del compilatore, invece, due pezzi rappresentano opere cinesi.
Nello specifico:
i pezzi numerati 154-157 hanno dimensioni 6 x 9,8 cm
154: stele in un percorso lungo una montagna sacra; l’iscrizione sulla stele non è chiara: mi sembra di poter leggere “Xingxueshan”, monte Xingxue, cioè “di chi ama le caverne”: il nome non deve far pensare a degli speleologi in erba, ma alla dottrina daoista del xuanxue, “del Mistero”, che gravitava attorno alla mistica della grotta come canale con il mondo celeste.
155: pagoda e incensiere leonino
156: Sala d’Oro di un monastero buddhista
157: monaci – sembrano Setta Gialla di un ambito lamaista, nepalese o tibetano; unica immagine con iscrizione sul retro.
281: 17 x 11,4 cm, esposizione di vasi, tra cui una coppia – quella centrale, che svetta sullo scaffale superiore – sembra essere quella in ghisa esposta oggi nel Museo (codice ETNO ETNO07/ASN03/OG06): il che innescherebbe l’ipotesi che si tratti delle foto del contesto di partenza delle opere, una sorta di atelier per turisti in Giappone. Avremmo allora a che fare con un caso rarissimo di documentazione relativa al contesto d’acquisto di pezzi orientali da parte di collezionisti europei di fine Ottocento. Ironia della sorte, i vasi cui la foto corrisponderebbe non sono associati ad alcun documento cartaceo che ne attesti la provenienza d’acquisto.
159: 17 x 11,2 cm
160: 17,4 x 12,1 cm. Riporta il numero seriale 17 (shiqi, in cinese e giapponese) all’inverso, quindi probabilmente fu stampata all’inverso. Ritrae dei vasi cloisonnés a champs levé centrale. Sembrano più cinesi che giapponesi.
161: 17 x 11, 4: pezzi giapponesi
162: 15,1 x 11,2 sul retro una traccia d’inchiostro verticale pare voler cancellare una didascalia. Sembra un set da regalo, di quelli che venivano donati ad ambasciatori o personalità straniere di spicco per la società, al momento della loro partenza dal Giappone: il pittore Antonio Fontanesi (1818-1882, nativo proprio di Reggio Emilia) ad esempio ricevette un corredo simile quando ripartì per l’Italia dopo aver insegnato pittura a olio nel Paese del Sol Levante dal 1875 al 1878.
Il Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena conserva un nucleo di fotografie (codice ETNO: ETNO06/AM/OC/AF/ASN01) che può illuminare sull’origine del nucleo reggiano.
Paolo Mantegazza, celebre antropologo fiorentino, donò tre fotografie di indigeni della Nuova Guinea all’allievo modenese Paolo Riccardi, che nel 1888 le cedette al Museo di Modena.
Con il direttore del Museo, Carlo Boni, Riccardi invitò i cittadini a donare fotografie etnografiche per creare un fondo ad hoc, che nel 1890 contava 121 esemplari.
Seguirono donazioni di collezioni di fotografie etnografiche realizzate in India, all’isola Carolina nel Pacifico, fotografie formato “carta da visita” di donne e scene d’interni giapponesi, scatti sudamericani ed abissini.
Dal nucleo si deduce che la fotografia “etnografica” veniva considerata come completamento didascalico di una collezione etnografica: infatti quasi sempre le donazioni di fotografie vengono accompagnate da donazioni di oggetti, e le prime sono considerate accessorie ai secondi. Quest’abitudine darebbe linfa all’ipotesi avanzata supra, circa il pezzo 281.
Esisteva dunque una vera e propria moda di collezione delle fotografie etnografiche: Mantegazza e Tacchini, ad esempio, non erano gli autori delle foto che donarono, ma ne facevano raccolta e le scambiavano.
Asia
Altre informazioniAree culturaliCina, Giappone.
Altre informazioniCompilatoreBasso S.
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