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Trionfo della divina Sapienza

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via Baccarini, 3 – Ravenna (RA)

Mancini Francesco

1679/ 1758

dipinto murale

intonaco/ pittura a fresco
cm.
600(la) 1200(lu)
sec. XVIII (1714 – 1714)

Nella composizione, perfetta per vivacità di colorito, il trionfo della Sapienza eterna, con l'elmo in capo e ispirata dall'Alto, ordina alla Teologia, alla Filosofia e ad altre scienze di abbattere lo Scisma, l'Ignoranza e l'Eresia, rappresentati, il primo da un uomo bendato, e perciò cieco volontario; la seconda, da una donna, bendata anch'essa; e la terza da una vecchia floscia e sterile nelle mammelle, che tiene in mano un librone da cui escono sibilanti le vipere. Tutte queste creature di orgoglio e di presunzione precipitano nel baratro infernale, pronto a inghiottirle.

Grandiosa è l'opera di Francesco Mancini nel monastero Classense di Ravenna. Qui il monaco camaldolese Pietro Canneti di Cremona, erudito, valente oratore e scrittore, vagheggiava da tempo l'idea di creare una biblioteca che alla ricchezza e all'abbondanza dei codici e dei volumi aggiungesse lo splendore artistico delle sale destinate a contenerli. Divenuto poi abate e generale dell'Ordine, pensò di tradurre in atto i suoi disegni, e da Bologna, dove lo aveva conosciuto, condusse con sé un intagliatore in legno, tale Fausto Pellicciotti da Lucca che allora era in età di 30 anni, vestendolo dell'abito religioso in qualità di converso. La sala destinata alla biblioteca era detta dell'Accademia, perché vi si radunavano congreghe d'indole letteraria, e per adattarla convenientemente vi si lavorò dal 1707 al 1713, spendendovi una somma superiore ai 1500 scudi (Ravenna, Biblioteca Classense, Miscellanea 12, n. 4. Memoria scritta nel 1759, riguardante alcuni Religiosi artefici).
L'artista lavorò intorno a tale opera circa venti mesi, e i monaci, oltre gli alimenti per lui e l'avere fornito i colori e quanto era necessario all'uopo, gli diedero un compenso di 600 scudi, accresciuto su quello del primo contratto, che stabiliva 500 scudi soltanto; e questo, "per maggior onore del S.r Francesco" e "per sua opera virtuosa" (Archivio Storico, Monaci Camaldolesi, Libro Mastro; dal 1704 al 1711, n. 490). Secondo Pietro Zampetti, che ne ha scritto recentemente (1991, IV, p. 147), "l'affresco appare poco felice, smorto nelle immagini, stanco nel cromatismo, senza una interna vitalità". In effetti la complessa allegoria è rappresentata da goffe ed esili figurine che, disposte in una banale soluzione inventiva in diagonale, appaiono come sperdute nel troppo vasto spazio del soffitto. Ma i colori hanno una freschezza e una trasparenza tutt'altro che disprezzabili. Tuttavia, è ben vero che, a confronto con la prova, così convincente, del Carro del Sole, conservato nell'ex-palazzo Albicini di Forlì, e con le due ampie tele che si fronteggiano nella stessa sala della Biblioteca Classense (cfr. nctn 00000027 e 00000028), vigorose e ricche di vitalità esecutiva, l'affresco in esame appare deludente. Ripercorrendo il catalogo del Mancini, alle testimonianze di Forlì e Ravenna testè citate si può al momento accostare solo la Sibilla Cumana di Palazzo Bonaccorsi a Macerata, anch'essa ragionevolmente databile prima del definitivo trasferimento dell'autore a Roma, cioè circa al 1713-1714, e per la quale è interessante notare che il Miller (1963) scrive di una sorprendente indipendenza del Mancini nei confronti del suo maestro Cignani.

Bibliografia Viroli G.
Quadreria Classense. Dipinti e sculture dal XV al XIX secolo nella Fabbrica Classense di Ravenna
Ravenna
Longo Editore
1993
pp. 114-116

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