
1593/ 1656-58 post
dipinto murale
Nella scena rappresentata Romualdo è raffigurato dormiente all'ombra di una grande quercia in una posa di completo abbandono. L'angelo, in piedi accanto a lui, gli posa una mano sulla spalla, mentre con l'altra gli indica la scala che in un chiarore nebuloso ascende verso il cielo. Nel centro e a destra si stende una foresta di querce densa e ombrosa: a sinistra zampilla un ruscello, e più oltre si dilata una superficie d'acque in cui galleggia una barchetta e da cui emergono isole, una delle quali sormontata da un castello, le altre biancheggianti lontano.
Nella chiesa ravennate di San Romualdo è sempre stato concordemente riferito a Giovanni Battista Barbiani, oltre che l'affresco della cupola (cfr. nctn 00000171), anche il dipinto murale del lunettone in fondo alla navata. Anzi, Corrado Ricci, dopo avere per quale tempo accettato il "credesi" delle Guide anteriori alla sua, facendo un passo avanti lo ha risolutamente mutato in certezza nelle ultime edizioni. Nel far ciò, ha avuto le sue brave ragioni: infatti, anche se le minuziosissime indagini condotte da Luisa Faenzi (1926) nei volumi del monastero, giornali, mastri, libri delle fabbriche, filze di ricevute ecc. sono risultate sterili, i documenti esistono (e probabilmente erano conosciuti da Ricci, che pure non ne fa menzione). Precisamente, all'Archivio di Stato di Ravenna nel libro di "Entrata, et Uscita del Venerabile Monasterio di Classi di Ravenna" (Congregazioni Religiose Soppresse, Classe n. 425), si legge, alla carta 203 r.: "Adì 5 settembre 1631: A Fabrica scudi quarantadue pagati al Sig.r Gio. Batta Barbiani à buon conto di quello dovrà havere per la Vision del nro Pre S. Romualdo, ch'egli dipinge nella nuova Chiesa sc. 42". E più oltre, alla carta 209 r.: "Adì 4 ottobre 1631: A Fabrica scudi cento quaranta sette pagati al sig.r Gio. Batta Barbiani per resto delli scudi […] ch'egli doveva havere per haver depinto la Visione del P.S. Romualdo nella nra nuova Chiesa, sc. 147".
L'affresco rappresenta, come s'è detto, quel notissimo episodio dell'iconografia romualdina rappresentato dalla visione del santo. Delle due maniere in cui l'arte ha svolto il soggetto, così frequente, della Visione di San Romualdo, abbiamo qui la più sommaria, nella quale ricorre la sola figura del santo, senza il gruppo dei discepoli assistenti e ammiranti. La solennità del quadro è data invece dallo sviluppo pittorico del paesaggio, ampio e vario. Il paesaggio è di maniera, ma il complesso è armonioso, e vi è diffuso un sentimento di freschezza e di pace, al quale contribuiscono le tonalità dei colori, accostati senza violenti contrasti, che vanno dolcemente digradando dal bianco delle lane camaldolesi e dei chiarori della scala celeste ai verdi tenui delle fronde e all'azzurro del cielo che si rispecchia nella trasparenza delle acque. Prescindendo dai colori, sono possibili confronti immediati fra il panneggiamento del santo e quelli delle figure della cupola. Notevole, per esempio, nella figura di San Romualdo come in quella del San Pietro nella cupola il caratteristico modo di accartocciarsi delle pieghe che formano l'estremo lembo della veste, particolare tutto tiarinesco; ma più notevoli le rispondenze anche di colore fra il tipo di San Romualdo e un'altra figura del Barbiani, il San Giuseppe dipinto nella pala raffigurante la Madonna col Bambino e Santi nella chiesa di Sant'Agata a Ravenna (cfr. Ricci 1992, p. 155). È poi evidente una certa somiglianza fra questa pittura e la lunetta del Duomo in cui Guido Reni rappresentò Elia nel deserto soccorso dall'angelo: il confronto è veramente ineludibile. Del resto, nella lunetta di San Romualdo Barbiani si dimostra evidentemente pittore di pianura. Qui, dove la montagna era tema obbligato in relazione con la ben nota leggenda camaldolese, non un tentativo di rappresentare l'altura, non una roccia, non una prospettiva rupestre. Solo le acque scorrenti e le isole accennano molto convenzionalmente ai luoghi dove avvenne la visione. Venendo alla qualità della pittura, non siamo davanti a un capolavoro, ma questa è certamente un'opera di notevole importanza (è poi, senza paragone, come già rilevato da L. Faenzi, la cosa migliore di Giovanni Battista), sia per sobria efficacia di rappresentazione, sia per il giusto rapporto fra figura e paesaggio, sia per una ben temperata fusione fra il sentimento della natura e l'elemento soprannaturale dell'apparizione.
Un secolo più tardi un pronipote di Giovanni Battista, Domenico Barbiani, ebbe l'incarico di ritoccare il San Matteo del pennacchio della cupola e la Visione di San Romualdo, in specie la figura del santo, al quale, secondo la notizia data nei libri del convento, mutò di nero in bianco la cocolla sbagliata dal suo antecessore (o troppo ombreggiata di scuro?). In quell'occasione fu circondato l'affresco di un festone di stucco che si vede tuttora, eseguito da quell'Antonio Martinetti luganese che fece tanti lavori a Ravenna e che, per la stessa chiesa di San Romualdo, modellò una parte delle statue, oggi semidistrutte, che adornavano le nicchie.
Bibliografia
Viroli G.
Quadreria Classense. Dipinti e sculture dal XV al XIX secolo nella Fabbrica Classense di Ravenna
Ravenna
Longo Editore
1993
pp. 92-93