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La Visione di San Romualdo

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via Baccarini, 3 – Ravenna (RA)

Longhi Luca

1507/ 1580

Longhi Francesco

1544/ 1618

dipinto murale

intonaco/ pittura a fresco
sec. XVI (1579 – 1579)

Nella "medaglia" centrale di forma ovaleggiante allungata è raffigurata l'ascesa dei candidi monaci per la ripida scala, ai cui piedi Romualdo è seduto, addormentato e contemplante all'ombra di un albero ad alto fusto. Dal santo il libro aperto della regola, posato su una gamba, è tenuto fermo con una mano. Vicino a Romualdo è posato al suolo il bastone, che ha la forma dignitosa e importante del pastorale. In un piano arretrato che scoscende, due monaci dalla bianca cocolla, più incuriositi che disorientati, assistono al fatto miracoloso, diramando la profondità spaziale col suggerire anche un ulteriore effetto dinamico alla scena. Il tenero celeste del cielo è chiuso in alto come da una materia informe di nubi popolate da angeli che indugiano a ricevere un'animula, consegnata loro dal monaco che ha raggiunto la sommità, al centro della quale l'artefice ha racchiuso il Padre Eterno in uno spazio di luce, compreso entro un viro di testine angeliche.

Il vasto refettorio di Classe, che i monaci fecero costruire nel XVI secolo, fu opera degna della grandiosità dello stesso monastero. La decorazione di esso fu affidata al pennello di Luca Longhi. Con rogito del notaio Da Porto si stabilirono i patti del lavoro: si doveva cominciare il 1 novembre 1579 e terminare alla fine del giugno 1580. Per la pittura della volta si fissò il prezzo in scudi 62 d'oro, pari a L. 260 sol. 8, i quali furono pagati il 15 aprile 1580: "Deve havere m.° Luca pittore della pittura della volta del refett.° novo così d'acordo insiemi scudi sessantadui doro in oro scudi 62" (Archivio di Stato di Ravenna, Corporazioni Religiose Soppresse, Classe n. 390, c. 71 v, 1 novembre 1579).
La volta della sala è dominata dalla vasta "medaglia" centrale raffigurante la Visione di San Romualdo, dipinta da Luca Longhi insieme con il figlio Francesco. Tale affresco è racchiuso entro una cornice in stucco modanata.
Nell'iconografia di San Romualdo l'episodio che nei secoli ebbe maggior fortuna fu appunto la Visione, che determinò la fondazione del primo nucleo dell'eremo nell'Appennino casentinese. Secondo la leggenda, Romualdo vide nel sonno una scala partire dalla località di Camaldoli e su di essa ascendere al paradiso monaci biancovestiti. Il dipinto nel soffitto del refettorio di Classe esprime, con termini reali, l'ascesa dei candidi monaci per la ripida scala, ai cui piedi il Santo è seduto.
A usare le parole di San Bernardo, benché per Scala Celeste si debba intendere la religiosa perfezione ("Scala est disciplina Religiosa, duo latera ipsius, mentis humilitas, et vitae asperitas; gradus verò virtutum actus […]"), quella contemplata da Romualdo fu ancora presagio di eventi futuri. Prima di tutto, nella Visione la scala era situata su un monte dell'Appennino, e additava che nel luogo stesso si doveva erigere l'eremo desiderato da Romualdo, e da lui cercato con fatica e studio. In secondo luogo, le molte anime che ascendevano alludevano alla copiosa quantità dei futuri seguaci di Romualdo. Un terzo presagio era contenuto nell'apertura di cielo, dove la scala si appoggiava e che dava entrata al Paradiso; alludeva alla vita contemplativa e santa dei felici abitatori di quel sacro e solitario luogo. Infine, la luce sparsa dall'alto su quel luogo, rappresentava la protezione che il Cielo avrebbe sempre accordato al devoto e benedetto ritiro. L'esistenza del sacro eremo di Camaldoli prova coi fatti la fondatezza di tale interpretazione della Visione.
Una lettura attenta del dipinto rivela incantevoli particolari, poco osservati dallo spettatore ordinario, come i gesti dei monaci che salgono al cielo o i sassolini e le erbette in primo piano. Non vi si nota ascendenza manieristica ma un delicato accademismo di stampo tutto emiliano, tra il Francia tardo e un timido Bagnacavallo: un raffaellismo sottilmente sbalzato, quasi come in certe stampe di Marcantonio Raimondi e nei primi pensieri del Parmigianino. Fin dall'inizio del lavoro nel 1579, termine nel quale va collocata l'esecuzione di questo e dei riquadri affrescati, l'opera contribuisce a dare un volto più preciso al catalogo di Luca Longhi, anche se Viroli è indotto a supporre che l'effettiva esecuzione spetti quasi per intero al figlio Francesco. La minuzia delle forme tutta longhiana, e certe particolarità come le mani dalle lunghe dita e il tipo di vecchio dal cranio calvo e lunga barba, sono gli stessi di altri dipinti di Francesco Longhi.

Bibliografia Viroli G.
Quadreria Classense. Dipinti e sculture dal XV al XIX secolo nella Fabbrica Classense di Ravenna
Ravenna
Longo Editore
1993
pp. 72-75

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