
1776/ 1847
statua
n. 302218
L'abate Antonio Cesari è rappresentato con il volto girato di tre quarti verso sinistra, con fronte ampia e levigata. Il cranio è coperto dallo zucchetto mentre il viso, da cui traspare la non giovane età dell'effigiato, è segnato da rughe e incavi anche profondi. Sopra l'abito monacale è una mantellina.
Le vicende del busto dell'abate Cesari, collocato in origine all'Accademia di Belle Arti, quindi spostato in una sala della Biblioteca Classense, e della sua morte sono ripercorse dalle note di G. Martinetti Cardona nella diciassettesima delle lettere costituenti la silloge pubblicata col titolo Ravenna Antica (Faenza 1879): "…Giambattista Monti, egregio scultore, ammaestrò in Roma nell'arte Gaetano Monti Ravegnano, suo nipote. Fattosi poscia costui discepolo del celeberrimo Canova, col quale dimorava Luigia Vaccolini, ravennate pittrice, e moglie a Girolamo Giuli, per la bontà della medesima ebbe modo, di venire presto nella grazia e nell'amore dei maestro. Avendo di poi Gaetano tolto a fare da se, condusse parecchie opere commendevolissime; dando alle statue eleganza di forme, usando nelle figure buoni andari di pieghe, e mettendo nelle teste quell'aria e quella delicatezza, che piace [… ]. Nel 1828 il padre Antonio Cesari, letterato insigne, partiva di Verona per Ravenna, volendo venerare quivi il sepolcro dell'Alighieri, e vedere i Bizantini monumenti. Giunto a Faenza, prese la via, che mena alla nostra patria; ma nel viaggio colto dalla febbre, gli convenne fermarsi nella casa di campagna del collegio convitto Ravegnano, e porsi in letto. Il rettore Pellegrino Farmi, suo amico, fiore d'ingegno, di modestia, di bontà e scrittore illustre, gli usò di ospital cortesia, e gli fece di ogni premura, per rimetterlo in sanità. E comecché il male non paresse da prima pericoloso, dopo poco tempo divenne così fiero, che i medici giudicarono l'infermo spedito; di fatto in breve ora rese lo spirito a Dio. Ai Ravennati e al Farmi dolse nel cuore la morte del chiarissimo uomo; e onorarono di funerali il suo cadavere nella parrocchiale chiesa della villa di San Michele; e poscia con molta solennità Io fecero trasportare a Ravenna, e lo seppellirono nel tempio di San Romualdo in umile tomba. Fu data sepoltura al cadavere del Cesari sotto alla cupola; e in un quadretto di marmo fu incisa questa memoria: HIC. IACET / ANT. CESARI/ VERONENSIS / OB. AN. 1828.
Gaetano Monti […] scolpì per comandamento de' suoi concittadini il busto dell'illustre defunto (questo egregio lavoro trovasi oggi nell'Accademia delle belle arti) essendo stato sempre vivo nei Ravennati il desiderio di onorare la memoria del Cesari".
Viroli (1993), perlopiù sulla scorta della voce del Dizionario biografico degli Italiani redatta da S. Timpanaro, ha ricostruito le importanti le vicende biografiche dell'abate Antonio Cesari: "Di quest'ultimo è noto che, nato a Verona il 16 (secondo i biografi; ma il 17 secondo una sua testimonianza) gennaio 1760 compì i primi studi nel seminario di Verona. Nel 1777 fu accolto nella Congregazione dei padri dell'Oratorio; vestì l'abito di chierico l'anno successivo. Con intensi studi approfondì la sua cultura teologica e letteraria. Il suo interesse dominante fu, nella prima parte della vita, linguistico-letterario. Nutrì un grande amore per i trecentisti e la sua prima pubblicazione fu la traduzione dell'Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis. Da allora tutta la sua vita fu dedicata a un alternarsi, e spesso a un fondersi, di apologetica cattolica e di attività restauratrice della lingua trecentesca, che egli concepiva come due aspetti di un unico programma restauratore.
Tralasciando i suoi comportamenti in politica, va detto che la sua vera coerenza deve essere cercata nell'attività di linguista normativo. Durante i secoli XVII-XVIII l'Accademia della Crusca, con la terza e la quarta edizione del Vocabolario, si era dimostrata non insensibile a caute esigenze di innovazione e di superamento dei criteri rigidamente trecentisti-cinquecentisti. Il "fiorentinismo" stesso non era più considerato soltanto quello dei trecentisti grandi e minori, ma anche quello dell'uso contemporaneo. Contro queste aperture, che pur erano ancora molto limitate, insorse il Cesari. Valendosi anche di materiali raccolti da altri, egli pubblicò il Vocabolario dell'Accademia della Crusca […] cresciuto d'assai migliaia di voci e modi de' Classici… (Verona 1806-11).
Ancora mentre attendeva alla Crusca veronese, il Cesari scrisse quello che, in rapporto alle sue idee, va considerato il suo capolavoro: la Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana, pubblicata a Verona nel 1810. Accanto alla più importante attività di teorico del purismo, Cesari ne svolse un'altra, più copiosa, di traduttore in prosa e in versi, di novelliere e poeta serio e burlesco. Della morte già si è detto. Va aggiunto che, quando la chiesa di San Romualdo venne chiusa al culto nel 1886, la tomba di Cesari fu trasferita nella Cattedrale di Ravenna (Guidetti, proemio a Cesari, in Cesari, Biografie, elogi…, Reggio Emilia 1908, p. XXXVI). Per più approfondite indagini sul gusto primo ottocentesco, neoclassico e purista, passaggi d'obbligo di un letterato e studioso della lingua italiana sulla cui collocazione nessuno più discute dopo che le correnti teoriche del secolo scorso, verso la fine della sua vita, ne avevano fatto un emarginato di lusso, si veda l'ottima "voce" del Dizionario biografico degli Italiani redatta da S. Timpanaro, alla quale si è fatto riferimento per queste note. In calce a detta "voce" è presente una larga bibliografia sul personaggio, alla quale si rimanda come a quella relativamente più aggiornata.
A completamento della vicenda relativa alla morte in Romagna del Cesari e alle iniziative che si presero per tributargli un doveroso omaggio, si ricorda che il già menzionato Farmi promosse, in onore del grande Veronese, l'erezione di un monumento. Tale progetto illanguidì per le vicende politiche del 1831 e 1832, senza tuttavia essere abbandonato del tutto. Nel frattempo da Gaetano Monti fu eseguito il busto che qui si presenta, realizzato sulla maschera del defunto (cfr. "L'Album" 1853, p. 198).
Era riservato a monsignor Stefano Rossi, delegato apostolico di Ravenna e provincia, il merito di elevare a proprie spese il vagheggiato monumento. Questo fu disegnato ed eseguito in marmo dallo scultore ravennate Enrico Pazzi, che lo lavorò sotto la guida di Giovanni Duprè suo maestro. "Il gran medaglione, che campeggia nell'alto, e che porta a rilievo il ritratto del padre Cesari, non può lodarsi abbastanza, sia per la somiglianza iconica, sia per la maestria del taglio, per la morbidezza delle carni, per la finezza e partito dei capelli: oltreché gli emblemi della Crusca, i libri, le penne, l'alloro, la quercia, che sono sculti nel coperchio del sarcofago, e lo stemmà del generoso dedicante, rilevato nella base, fanno chiara prova della bravura somma, e della diligenza amorevole, che pose il Pazzi a gradinare cotal opera, per cui è salito in alto onore" ("L'Album", cit., p. 198). Dapprima il monumento fu collocato nella chiesa di San Romualdo, quindi, nel 1886, seguì le spoglie del letterato nel trasferimento alla Cattedrale, dove si ammira tuttora.
Bibliografia
Monumento del Cesari
L’Album – Giornale Letterario e di Belle Arti
Roma
1853
pp. 197-199
p. 198
Bibliografia
Mordani F.
Vita di Gaetano Monti scultore ravennate
Forlì
Stamperia Bordandini
1869
p. 14
Bibliografia
Mordani F.
Operette
Firenze
Tip. di G. Barbera
1874
v. II, p. 20
Bibliografia
Martinetti Cardoni G.
Ravenna antica
Faenza
tip. Pietro Conti
1879
p. 78
Bibliografia
Arfelli A.
La Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna
Roma
La libreria dello Stato
1936
pp. 24, 48
Bibliografia
Borghi M.G.
Gaetano Monti scultore ravennate
Milano
Hoepli Editore
1948
p. 9
Bibliografia
Viroli G.
Quadreria Classense. Dipinti e sculture dal XV al XIX secolo nella Fabbrica Classense di Ravenna
Ravenna
Longo Editore
1993
pp. 245-247