
ambito ravennate
dipinto
n. 302080
Claudio è ritratto a mezza figura, con viso rivolto a sinistra, di profilo; indossa una corazza decorata e tiene con la mano destra la mazza del comando.
Il dipinto appartiene ad una serie di sei Imperatori Romani copie della serie dei dodici Cesari incisa da Aegidius Sadeler (Anversa, 1570-Praga, 1629) che riproduce il ciclo, perduto, degli Imperatori Romani, realizzato da Tiziano per una sala del Palazzo Ducale di Mantova fra il 1536 ed il 1539. I dipinti subirono una sorte infausta: dopo essere stati venduti a Carlo I d'Inghilterra nel 1627-28 passarono in seguito in Spagna dove andarono distrutti nell'incendio dell'Alcazar avvenuto nel 1734. In realtà solo undici tele erano di Tiziano: quella raffigurante Domiziano e solitamente attribuita a Giulio Romano è invece opera di Bernardino Campi, eseguita nel 1562. Si comprende dunque l'importanza sotto il profilo iconografico delle incisioni di Sadeler e delle numerose copie da esse derivate, anche se prima lo storico Calvacaselle (sec. XIX) e poi Pallucchini (1980) rilevano una certa forzatura retorica nella rappresentazione dei personaggi tanto che essi rasentano il grottesco ed una eccessiva teatralità. La serie di Sadeler, insieme ai ritratti dedicati alle dodici Imperatrici (molto distanti dai lavori di Tiziano, come sottolineava Gori-Gandellini nel 1771), fu probabilmente eseguita a Mantova durante il suo soggiorno avvenuto fra il 1593 ad il 1594. Tutte le ventiquattro stampe vennero acquistate e ristampate da Marcus Sadeler all'incirca nel 1640 e sicuramente furono da questi restaurate e reincise.
Va ricordato che una prima serie di Imperatori risale all'inizio degli anni trenta del Cinquecento, prima che Tiziano ponesse mano alla sua, ad opera presumibilmente di Michele Sanmicheli che scolpì la serie per decorare le chiavi d'arco delle finestre al piano terra del Palazzo Bevilacqua in Verona. Nel 1543 venivano edite a Roma le Vite di Svetonio tradotte da Paolo del Rosso (editore Antonio Blado Asulano), ristampate a Venezia nel 1554 (editore Il Grifio). Palladio, intorno al 1555 commissionava al Vittoria una serie di stucchi per Palazzo Tiene a Vicenza, fra i quali erano raffigurati anche alcuni Cesari; poco dopo a Villa Poiana faceva realizzare a Bernardino India entro alcune nicchie figure intere di alcuni Imperatori. Nel 1561 a Venezia vengono pubblicate le "Vite di tutti gli imperatori" di Pietro Messia mentre nel 1564 (Franzoni 1970, p. 23) per il completamento di Palazzo Bevilacqua a Verona vengono eseguiti altri tre busti di Cesari, ora conservati presso il Museo di Castelvecchio, mai posti in opera. Insomma l'elenco potrebbe continuare a lungo tenendo conto anche di tutte le copie che per tutto il Seicento e oltre si fece della serie degli Imperatori (inclusa la nostra).
I sei dipinti della Classense con molta probabilità derivano da quest'ultima ristampa. Essi provengono dal Palazzo Comunale di Ravenna, anche se è plausibile che l'originaria collocazione possa essere stata altrove. L'elenco dei dipinti inviati al Prof. Morellato per i restauri del 1975 annovera undici tele, di cui sette corredate di larghe cornici verniciate a guazzo; Bernicoli nelle sue schede riporta la stessa notizia e dettaglia tutti i personaggi dai quali però è assente l'ottavo Cesare, cioè Ottone. Non si hanno notizie delle cinque opere mancanti rispetto a quelle indicate da Bernicoli.
L'anonimo autore delle tele aggiunge al disegno di Sadeler l'ambientazione paesaggistica e si concede ad una pittura dai passaggi chiaroscurali assolutamente violenti, contraddistinta da colorazioni improbabili e che, anche nelle dimensioni, manifesta la volontà di accentuare con uno stile consono l'intenzione icastica. Viroli (1993) tuttavia riconosce all'autore della serie un sensibilità cromatica fuori dal comune nella Ravenna del tempo e per questo motivo riconducibile alla sola mano del Resani che, anche in dipinti copiati da incisioni, sempre ha manifestato una certa qual sincerità formale. Naturalmente è solo un'ipotesi così come è tale la possibilità che i dipinti in esame siano riconducibili allo stesso artista che ha realizzato alcuni ritratti dei monaci benedettini anch'essi conservati presso la Biblioteca Classense (Lotario, Teofano, Antiocheno, cfr. schede nn. da 00000121 a 00000123). Certo è che ventilare queste possibilità vorrebbe dire supporre che i dipinti possano essere assegnati ad autore di ambito ravennate. Il viso dell'imperatore è caratterizzato da lineamenti marcati, con naso aquilino, lascia trasparire la grande levatura morale e la nobiltà di portamento del personaggio. Con la mano destra regge la mazza simbolo dell'autorità. L'opera che, come già ricordato, fu restaurata nel 1975 dal Prof. Morellato docente di Restauro all'Accademia di Ravenna, ha subito una drastica ripulitura che, specie nel viso un po' sbiancato e nel braccio alzato, ha privato la figura della probabili originaria volumetria.
Bibliografia
Viroli G.
Quadreria Classense. Dipinti e sculture dal XV al XIX secolo nella Fabbrica Classense di Ravenna
Ravenna
Longo Editore
1993
pp. 157-158