Morandi. Là dove abitano il silenzio e la luce
Esistono luoghi che il tempo sembra aver dimenticato: angoli in cui la realtà resta sospesa, immobile. In questi spazi rarefatti possono nascere viaggi inattesi, viaggi che attraversano città, montagne, o che si consumano in pochi metri, tra le pareti di una stanza. È proprio di queste distanze, brevi e dilatate, che si nutre l’opera di Giorgio Morandi.
Giorgio nasce in una famiglia della piccola borghesia bolognese il 20 luglio 1890, primogenito di Andrea Morandi (1858-1909) e Maria Maccaferri (1870- 1950). Dopo la prematura scomparsa del fratello Giuseppe (1892- 1903), saranno per lui di fondamentale importanza le tre sorelle minori Anna (1895 – 1989), Dina (1900 – 1977) e Maria Teresa (1906 – 1994), che lo accompagneranno per tutta la vita. Diplomato all’Accademia di Belle Arti della sua città, maestro di incisione e pittore dallo sguardo tenace, Morandi ha sempre scelto la discrezione della vita appartata; una scelta che si riflette anche nelle sue opere dove gli oggetti del quotidiano acquistano una profondità capace di trasformare l’umile in universale.
Per avvicinarsi alla sua poetica è quindi necessario entrare in silenzio in un universo che trova nella dimensione domestica la propria origine. Un mondo fatto di pareti e spazi, finestre e luci, che si schiude oltre una porta su via Fondazza, nella città di Bologna.
Qui, al numero 36, Morandi visse e produsse per oltre trent’anni, dal 1933 al 1964, in un appartamento modesto, come tanti altri. Poco più in là, al numero 38, aveva abitato con la sua famiglia, ma fu in quella nuova dimora, affacciata su un cortile interno, che prese forma il suo universo silenzioso, in una delle stanze trasformate in studio.
Oggi quell’appartamento è diventato Casa Morandi, un luogo che conserva la viva memoria dell’artista. Dopo la morte di Maria Teresa nel 1994, il locale fu acquistato dal Comune qualche anno più tardi, nel 1999, e restaurato su progetto dell’architetto Massimo Iosa Ghini, i cui lavori si conclusero nel 2009. L’allestimento museografico, ispirato alle tonalità raccolte della pittura di Morandi – ocra, bruni, grigi – restituisce oggi un percorso espositivo fluido, arricchito da vetri grafici e installazioni audio-video. Alla ricerca poetica dell’artista rispondono quindi materiali contemporanei e tecnologie leggere, che rievocano un’atmosfera intima e contemplativa. Barattoli, bottiglie e utensili del mestiere occupano ancora il loro posto nell’atelier e nel ripostiglio, ricostruiti per apparire esattamente come ai tempi in cui vi abitava il Maestro. Fra il mobilio e gli oggetti di famiglia, è possibile ammirare parte della collezione di opere d’arte antica di Giorgio alla quale si affianca un’importante sezione di documenti. Fotografie e testimonianze contribuiscono in questo modo a ripercorrere i principali momenti della vita dell’artista: dai rapporti coi parenti, alla formazione artistica, fino agli incontri con personalità del mondo del cinema e dell’arte che nel tempo hanno affollato quelle stanze. E ancora, la biblioteca personale, provvista di oltre seicento volumi, e la sala polivalente ospitano mostre, seminari, letture e attività culturali, rinnovando così il dialogo tra passato e presente.
Nella vita dell’artista esiste un altro luogo dove il silenzio della pittura morandiana non si nutre solo degli oggetti della quotidianità, ma anche del paesaggio.
A Grizzana, tra le colline dell’Appennino bolognese, Morandi strinse un profondo legame con quella porzione di sguardo che si estende fra i fienili del Campiaro e monti di Veggio. Il suo primo contatto con il territorio risale al 1930: alla famiglia fu consigliato di soggiornare in una località con aria salubre per favorire la guarigione della sorella Anna, allora malata. Alloggiarono quindi nella villa di Gaetano Veggetti, vicino di casa di via Fondazza. In quella dimora, fra le colline tosco-emiliane, non solo la salute della sorella migliorò ma Giorgio si innamorò del posto, tanto da tornarvi quasi ogni anno. Ai soggiorni grizzanesi si alternarono nel tempo quelli in altre località, come a Rocca di Roffeno, sull’altro versante della Valle del Reno dove, ospite nel maniero trecentesco del Monzone, dipinse con ispirato fervore. E sempre a Grizzana, nella primavera del 1943, la famiglia Morandi trovò rifugio quando la guerra rese Bologna troppo pericolosa. Fu un periodo difficile, forse il più duro a causa delle atrocità belliche che interessarono la montagna e a cui lo stesso Giorgio assistette, ma anche uno dei più fecondi: in quella solitudine forzata nacquero alcuni dei suoi lavori più intensi.
Fu proprio questo autentico legame con il territorio che condusse l’artista a edificare, nel 1959, la sua casa di villeggiatura. A motivare le scelte abitative furono anche nuove esigenze pittoriche: già nel 1933, quando la famiglia Morandi si trasferì dal numero 38 al 36 di via Fondazza, fu la variazione delle condizioni luminose a indurre il cambiamento. Tuttavia, alla fine degli anni Cinquanta, ulteriori trasformazioni urbane modificarono ancora una volta quel sensibile equilibrio: l’abbattimento di alcune case e l’erezione di un alto muro alterarono profondamente la luce proveniente dal cortile, compromettendo la luce che fino ad allora aveva irradiato la camera-studio bolognese. Fu allora che Morandi decise di costruire la sua villetta a Grizzana, cercando nei colli appenninici quella qualità visiva che Bologna ormai non poteva più offrirgli.
Giorgio scelse un punto preciso, lo stesso da cui amava osservare e dipingere i fienili del Campiaro e il paesaggio circostante: di fronte a Villa Veggetti – simbolo dei suoi primi ricordi grizzanesi – progettò una nuova dimora dove trascorse le ultime estati con le sorelle. Pur essendo ormai un artista affermato – aveva già ottenuto sin dal 1930 la cattedra di ‘Tecniche dell’incisione’ all’Accademia di Belle Arti di Bologna per “chiara fama” – Morandi scelse di costruire una casa semplice ed essenziale, proprio quelle dipinte nei suoi lavori, con la sobrietà architettonica che caratterizza ancora oggi l’edificio a due piani, costruito con geometrie pure, ambienti luminosi e volumi essenziali.
Varcare la soglia di Casa Museo Morandi è un po’ come volgere lo sguardo al 1963, ultimo anno passato dall’artista nella abitazione. Al piano terra la biblioteca, la cucina e perfino le camere da letto ospitano imperturbati il mobilio e gli oggetti quotidiani, come se da un momento all’altro il maestro e le sorelle tornassero da un’ordinaria passeggiata. I volumi sugli scaffali, gli utensili presenti in cucina, o i vestiti negli armadi occupano ancora i loro originali posti. Al piano superiore, altre camere da letto, fra cui quella di Giorgio, lasciano spazio all’ampio studio illuminato dalle tre grandi finestre affacciate su quel paesaggio che fu per lui d’ispirazione costante. Qui si trovano gli strumenti da lavoro e i modelli delle sue opere: dal cavalletto rialzato ai tubetti di colore, dalle cornici impilate a terra, fino alle composizioni di oggetti per i numerosi dipinti e incisioni, quasi come fossero in attesa di essere realizzati.
Casa Museo Morandi diventa così non solo la casa di persona illustre, ma anche un luogo sospeso nel tempo, dove l’apparente fissità si trasforma in opera artistica essa stessa e dove ogni oggetto restituisce la misura di un’esistenza dedicata alla bellezza e alla poesia, tanto delle grandi quanto delle piccole cose.
Alla sua morte, avvenuta il 18 giugno 1964, Giorgio Morandi fu sepolto nel Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna, dove ancora oggi risposa accanto alle sorelle. Le stesse affidarono, nel 1966, il progetto del monumento funebre all’architetto Leone Pancaldi, amico dell’artista. Venne coinvolto per la decorazione della tomba anche lo scultore Giacomo Manzù, a cui Giorgio era legato da un profondo legame di rispetto. Il sepolcro fu ricavato da un unico blocco di marmo pentelico, scelto da Pancaldi per il suo bianco puro e luminoso. A Manzù si deve invece la scultura che veglia la sepoltura famigliare. Un primo modello, realizzato nel 1972, prevedeva un San Giorgio in bronzo, raffigurato come un giovane scudiero, nell’atto di levarsi l’elmo davanti alla salma dell’artista, omaggio che però non convinse pienamente le committenti. Lo scultore allora si rivolse a un’ispirazione più diretta e familiare: rielaborando alcune fotografie, modellando un ritratto di Morandi a mezzo busto completato nel 1978. Il San Giorgio, invece, ha trovato altre dimore: la prima versione è conservata presso la Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, mentre una seconda si trova nella Raccolta Lercaro di Bologna.
Dalla casa di via Fondazza allo studio di Grizzana, fino a questo spazio all’ombra dei cipressi, il Maestro bolognese ha abitato mondi raccolti, capisaldi di una vita all’insegna del costante rapporto con ciò che è vicino e familiare, ma animati da una curiosità e da una sensibilità che nutrivano la sua conoscenza e il suo aggiornamento alla cultura contemporanea internazionale.
Bibliografia Collina C., Morandi: la poesia della pittura, in "IBC" XVII, 2009, 2
Bibliografia Collina C. (a cura di), I luoghi d'arte contemporanea in Emilia-Romagna: arti del Novecento e dopo – 2. ed. aggiornata, Bologna, Clueb, 2008.
Bibliografia Collina C. (a cura di), "I luoghi d'arte contemporanea in Emilia-Romagna: arti del Novecento e dopo", Bologna, Compositori, 2004
Bibliografia Pasquali M., MORANDI VIVO. Vita e pensiero di un artista, Gli Ori, 2025
Bibliografia Pasquali M., "Morandi: due studi, due storie" in "IBC" a. XVII, 2009
Bibliografia Pasquali M., Morandi. Il suo ambiente, il suo paesaggio, Firenze, 2004.
Bibliografia Pasquali M., ( a cura di), Giorgio Morandi e l'immagine di Grizzana: mostra del centenario, [s.l., s.n.], 1990.
Bibliografia Renzo Renzi, La città sentimentale, Bologna, Edizioni della provincia di Bologna, 2005
Bibliografia Renzo Renzi, La città di Morandi, 1890-1990. Cent'anni di storia bolognese attraverso la vicenda di un grande pittore, Bologna, Cappelli, 1989
Bibliografia Zucchini C., Sbarbati S., Una straordinaria normalità. Cucina e ricette in casa Morandi, Corraini editore, 2017
