
ambito emiliano-romagnolo
dipinto
n. 1095
Figura femminile ritratta a tre quarti; indossa un elegante abito azzurro bordato di pelliccia e stretto in vita da cui esce una camicia di trina che lascia scoperto generosamente il petto ornato da una collana di perle. Con la mano sinistra stringe vezzosamente un ricciolo della parrucca bianca mentre sulla mano destra è appoggiato un pappagallo. Sul tavolo davanti a lei un orologio aperto con la sua catena.
Presso il deposito dei Musei Civici di Imola, provenienti dalle sale del palazzo Comunale dove sono stati conservati per lungo tempo senza informazioni sulla loro provenienza se non per via ipotetica, sono attualmente ospitati due dipinti ovali che ritraggono Livia Zappi Maratti e il marito, il nobile lucchese Carlo Guidiccioni. Livia Zappi Maratti era figlia di Faustina Zappi Maratti (1679-1745), donna di cultura e poetessa, romana di nascita ma imolese di adozione per aver sposato l’avvocato e poeta Giambattista Zappi Maratti (1667-1719). Faustina, oltre alle doti intellettuali era nota anche per la sua bellezza, qualità che trasmise alla figlia, le cui fattezze di morbida grazia ci giungono intatte attraverso il tempo: la giovane donna vestita con abiti sfarzosi impreziositi dai gioielli, tiene accanto a sè un variopinto pappagallo, tocco esotico e curioso che dona una nota di colore acceso alla composizione. Nell'ovale gemello è ritratto il marito, Carlo Guidiccioni, membro dell'antica nobiltà di Lucca, città dove ricoprì più volte la carica di Gonfaloniere di Giustizia. L'ignoto pittore ce ne trasmette un'immagine di elegante sobrietà, che si suppone legata ad un'agiata vita in campagna, cui, forse, allude il cane da caccia il cui muso spunta dall'angolo destro del dipinto. Sull'alto collare dell'animale, un'iscrizione riporta il nome del ritrattato e la sua qualifica come “nobile lucchese”. Il matrimonio dei due giovani ebbe luogo nel 1729, e, pur nella totale assenza di documenti sui dipinti, possiamo supporre che siano stati realizzati in quell'occasione. In questo siamo confortati dall'analisi materiale della tela, dei colori, così come della composizione e dello stile: i dipinti sono riconducibili ad un'esecuzione entro i primi trent'anni del sec. XVIII. I due ritratti, nella foggia degli abiti, nella posa elegante ed impassibile, testimoniano l'alto status sociale dei due personaggi. Come già accennato, finora non sono stati rintracciati documenti relativi ai dipinti e quindi all'identità del loro autore. O dei loro autori; infatti volendo entrare in un primo dettaglio di lettura, le due tele sembrano frutto di mani diverse: più consueta e di maniera l'esecuzione del ritratto di Livia, più libera e sapiente quella di Carlo Guidiccioni. Ma aldilà di ogni sottile considerazione critica, i due dipinti sono entrambi di buona qualità pittorica mentre è indubbia la loro importanza per la storia di Imola.