
mulino ad acqua a ruota orizzontale
secolo: XIX
contesto naturale: montagna
Il mulino fu edificato nella seconda metà del XIX secolo dalla Comunità di Civago, che ne risulta proprietaria fino ai giorni nostri, in cui è stato tarsferito al Comune. Il bene, di proprietà collettiva, era amministrato da una commissione eletta dall'intero paese. Era di servizio ad una popolazione che da metà ‘800 alla prima metà del '900 si aggirava intorno al migliaio di residenti. Secondo numerose testimonianze orali, la presenza del mugnaio è certa fino al 1955.
L'edificio che ospita il mulino, bell'esempio di architettura minore appenninica, è stato recentemente restaurato, anche grazie a un contributo del PNRR. Interamente realizzato in pietra locale con ricorsi irregolari, è articolato su una pianta rettangolare che si sviluppa su due livelli.
Si tratta di un semplice edificio a pianta quadrangolare a due piani coperto da un grande tetto a due falde in lastre di pietra (dette “piagne” localmente), sostenute da possenti travi lignee. Esso rappresenta, per la disposizione dei locali e per il sistema idraulico, un esempio compiuto della tradizionale tipologia dei mulini montanari edificati durante la seconda metà del secolo XIX. I materiali costruttivi inoltre sono ancora oggi esclusivamente quelli tipici dell'edilizia storica montanara: legno per la carpenteria, arenaria locale per le murature e la copertura, calce di produzione locale per gli intonaci interni ed in lacerti sui muri esterni. Le splendide cortine murarie in sasso, spesse dai 50 cm. ai 60 cm., sono a ricorsi irregolari e probabilmente a sacco. In facciata si conservano alcuni elementi decorativi di pregio, di probabile reimpiego e databili intorno al XVII secolo. Alcuni conci angolari e gli stipiti delle finestre presentano il seriale motivo a zigrino ottocentesco.
La distribuzione interna, estremamente semplice, è organizzata intorno ad una ripida scala in sasso appoggiata su di un massiccio setto murario, ai lati della quale si aprono due stanze per ciascun piano. Al piano terreno, pavimentato con monolitici lastroni di arenaria, si trovano la cucina e il vasto locale delle macine. Al piano superiore, in corrispondenza della cucina, si trova una camera da letto e, sopra il locale delle macine, un ampio ambiente oggi indifferenziato, ma suddiviso, fino a pochi decenni orsono, da tramezzi lignei in un lungo corridoio dal quale, per mezzo di quattro botole e capienti imbuti si convogliavano le granaglie nelle corrispondenti macine sottostanti, e in tre camere da letto.
Sotto il livello del terreno e in corrispondenza della sala delle macine si apre il locale voltato delle pale lignee, all'interno del quale l'acqua, derivata a monte e velocizzata da ripidi scivoli, entrava a caduta attraverso le tre aperture poste sul retro dell'edificio e le azionava, uscendo poi da un più grande ed unico corridoio voltato in facciata, che riportava al torrente.
Il piano terreno dell’edificio ospita le macine, mentre nel piano interrato sono collocate le ruote orizzontali.
Il piano interrato, anche detto vano dei ritrecini, è una sala in muratura di sasso di fiume con copertura voltata a botte che serve per reggere il peso della costruzione sovrastante e la spinta dell’acqua.
Il vano presenta tre aperture quadrangolari che corrispondono alle docce che convogliano l’acqua all’interno della ruota, mentre l’apertura archivoltata è utilizzate per l’uscita dell’acqua dal mulino.
I volumi che si trovano sulla sinistra rispetto alla facciata, e che restituiscono l'attuale forma ad L, sono infatti, benché costruiti con la medesima pietra locale, un'aggiunta moderna (bagni pubblici) realizzata durante un intervento di restauro. Grazie ad esso, l'edificio ha mantenuto la funzione pubblica diventando un rifugio escursionistico. Recentemente è stato ulteriormente recuperato, attraverso il restauro conservativo, la manutenzione straordinaria ed il ripristino di parti dell’edificio, dell’impianto molitorio, del canale di derivazione e della gora e degli elementi di regolazione dell’acqua, ampliando le funzioni didattiche e di ostello a otto posti letto con possibilità di autogestione.
L'edificio, che poggia le sue fondazioni sulla roccia nuda, è stato realizzato sfruttando l'orografia del terreno e poggiando la parte retrostante in parte controterra così da realizzare lo spazio per la botte che alimenta le quattro aperture strombate necessarie a condurre l'acqua alla sala di ritrecine. Nel suo insieme, risulta ben proporzionato e presenta una disposizione ordinata delle aperture, con cornici in pietra, che si distribuiscono quasi specularmente ai lati della porta d'ingresso. Gli altri lati sono quasi del tutto ciechi ad eccezione di piccole aperture posizionate in modo sparso.
Da segnalare è la presenza, tra le altre, di una cornice particolarmente elaborata con architrave decorato da una piccola modanatura lanceolata. Sempre sulla facciata principale, è presente un piccolo oculo che sormonta la porta d'ingresso.
Nella muratura sono stati nel tempo inseriti alcuni capochiave per dare solidità statica alla struttura. Davanti all'ingresso si riconoscono ancora alcuni tratti del basolato originario. Sulla destra un ponticello in legno scavalca il canale di scarico che fuoriesce dalla sala di ritrecine posta all'interno dell'edificio.
Fonte: "Il restauro del Mulino di Civago finanziato con il PNRR", in https://patrimonioculturale.regione.emilia-romagna.it/architettura/mulini-storici/il-restauro-del-mulino-di-civago-finanziato-con-il-pnrr
Evidenze rimaste
Originariamente il mulino era servito da una grande botte che alimentava le quattro aperture strombate necessarie a condurre l'acqua alle docce che sporgevano sulle altrettante ritrecine poste al piano interrato dell'edificio.
Il recente restauro dell’impianto idraulico e molitorio ha permesso, prima di tutto, di ripristinare il bottaccio. Infatti, il regime idraulico torrentizio rendeva necessario l’accumulo dell’acqua in un bacino sopraelevato rispetto al vano della ruota, così come è stata ripristinata la canaletta di alimentazione del bacino di accumulo, portando così il mulino alla sua funzionalità originaria.
La conserva d'acqua viene raccolta tramite uno scivolo metallico, all'imboccatura posta all'estrema sinistra. Una chiusa metallica consente di regolare il flusso durante le dimostrazioni del funzionamento del mulino. All'interno è stata infatti ricostruita una delle ritrecine, con le pale in legno del girante inferiore che permette l'azionamento della coppia di macine posta al di sopra. Oltre a questa ritrecine, è stata ricostruita anche la banchina che consente la regolazione del grado di macinatura attraverso l'impiego del meccanismo a vite anch'esso riproposto. Un'apertura posta all'incirca alla metà della parete di fondo della sala di ritrecine consente il deflusso dell'acqua impiegata verso il canale di scarico. Tale canale, sormontato da un ponticello in legno, passa al di sotto della finestra con piccola serliana che si trova sulla fronte dell'edificio.
Il restauro effettuato recentemente ha consentito il recupero, oltre che delle complesse opere idrauliche, di una delle quattro macine a pale orizzontali originariamente presenti, che può essere messa in funzione a scopi didattici e di conservazione della cultura materiale completando la filiera locale legata alla tradizione castanicola: castagneti da frutto coltivati, metati per l’essicazione e in futuro il mulino per la produzione di farina di castagno.
L'ultima coppia di macine, posta all'estrema destra, è stata quindi ripristinata nella sua funzionalità e inserita all'interno di una nuova intelaiatura lignea chiusa con l'eccezione del foro di carico superiore sormontato dalla nuova tramoggia. Dinanzi si trova il cassone per la raccolta del macinato con, ai piedi, la ruota che permette di regolare il meccanismo a vite connesso alla banchina inferiore.
Le altre tre macine sono state pulite e poggiate sui loro incassi originari, non più attive. Una presenta la macina di sotto, quella di sopra è invece poggiata lungo il fronte esterno della struttura.
Fonte (idem): "Il restauro del Mulino di Civago finanziato con il PNRR", in: https://patrimonioculturale.regione.emilia-romagna.it/architettura/mulini-storici/il-restauro-del-mulino-di-civago-finanziato-con-il-pnrr
Insediamento e paesaggio
Il mulino è collocato in area prativa e con alberature sparse, a ridosso del torrrente Dolo e serviva in origine l'abitato rurale di Civago.
È attraversato da un camminamento adiacente e non presenta altri edifici rurali immediatamente vicini.
Fonte: IBC, "Insediamento storico e beni culturali, Appennino reggiano", 1988, p. 400.
Insediamento e paesaggio
L'edificio si innalza in prossimità dell'alveo del torrente Dolo, ad un’altitudine di quasi 1.000 metri s.l.m., all'interno di un castagneto da frutto invecchiato, a circa 50 metri dall'antico ponte che permetteva l'attraversamento del torrente stesso da parte della via detta “comunale della Garfagnana”, vicina alla chiesa parrocchiale situata nel centro del paese. Il luogo era meta di percorsi che da ogni frazione del paese conducevano, attraverso il tracciato più breve, a questa struttura di uso collettivo.
L'area si è formata in seguito all'azione erosiva del limitrofo torrente Dolo che ha scavato una profonda conca verso la quale scendono di quota le due alture poste specularmente ai lati.
Essa risulta inserita all'interno di una radura posta nel bosco facente parte del Parco dei Principi.
Si colloca in un contesto paesaggistico di rilievo e interessato dall’escursionismo nella Valle del Dolo (Appennino reggiano) dove erano presenti a valle altri importanti mulini: il mulino di Gazzano, ora sommerso dal lago formatosi dopo la costruzione della diga, Case Stefani di Fontanaluccia, Morsiano, Canevarolo, Cadignano, Bonzeto, Monzone, Codesino, Toano e Cerredolo.
Fonte: "Il restauro del Mulino di Civago finanziato con il PNRR", in https://patrimonioculturale.regione.emilia-romagna.it/architettura/mulini-storici/il-restauro-del-mulino-di-civago-finanziato-con-il-pnrr