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Copia di GS000068_A
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Copia di GS000068_B
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Niobide c.d. Musa Melpomene

Copia di GS000068_A
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Copia di GS000068_B
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sede centrale: via dei Servi 21; sede storica: via Belle Arti 16 – Modena (MO)

ambito fiorentino

calco

gesso/ calco/ a tasselli
cm
185(a) 102(la)
base in legno: 72 x 51 x 12
XIX (1800 – 1819)

figura femminile vestita con un lungo abito a vita alta con maniche aderenti alle braccia, realizzato secondo la tecnica del “panneggio bagnato”, con un mantello drappeggiato sul braccio sinistro; indossa calzari ai piedi; la donna è raffigurata in posizione stante e disposta secondo un ritmo chiastico: la gamba destra è portante e quella sinistra flessa e appoggiata su una roccia, il braccio destro teso lungo il fianco e quello sinistro piegato mentre sostiene il mantello; le mani sono aperte e con il palmo verso l’osservatore; il volto è rivolto in alto verso sinistra; presenta capelli lunghi e raccolti: la base d’appoggio imita la roccia

il calco riproduce la c.d. Musa Melpomene, di provenienza ignota ma tradizionalmente associata alle statue rinvenute a Roma nel 1583 nella vigna appartenuta a Gabriele e Tomaso Tommasini, nei pressi di S. Giovanni in Laterano. La scoperta portò alla luce 13 sculture in marmo pentelico, copie romane della prima metà del II secolo d.C., derivate da originali variamente datati in età ellenistica. Esse componevano un grandioso gruppo illustrante un tragico mito greco: l’uccisione dei figli di Niobe ad opera di Apollo e Artemide, inviati dalla madre Latona a vendicare l'oltraggio subito da Niobe; quest'ultima, distrutta dal dolore, fu mutata in pietra e le sue lacrime si trasformarono in una fonte perenne.
Subito acquistate da Ferdinando de’ Medici, le statue, insieme ad altre di diversa provenienza, furono sistemate in una scenografica composizione nei giardini di villa Medici sul Pincio; nel 1770 furono trasferite a Firenze, per volere del Granduca Pietro Leopoldo; ad esse se ne aggiunsero in seguito altre dello stesso soggetto, arrivate nelle collezioni granducali per altre vie. Tutte furono collocate agli Uffizi nella grande sala appositamente allestita in stile neoclassico, dove sono ancor'oggi conservate.
Dal 1819 è attestata la sistemazione nell'Accademia Atestina di 14 calchi dei Niobidi fiorentini (ma il gruppo della “Niobe con figlia” potrebbe valere per due); lo stesso numero di gessi compare nell'Inventario storico del 1866 con la dizione complessiva "la famiglia della Niobe", collocata nella non identificata Sala del Cavallo.
Per quanto riguarda l’identificazione della bottega produttrice, questa va con tutta probabilità individuata nel laboratorio fiorentino di Gaetano Ciampi, autore in quegli stessi anni di due analoghi gruppi di calchi dei Niobidi, inviati rispettivamente al British Museum di Londra e all’Academie des Beaux Arts di Parigi; tanto più che dalla bottega fiorentina dei Ciampi proviene il nucleo più antico della gipsoteca modenese, acquistato nel 1787.
Una foto Orlandini del 1927 e una seconda riferibile agli anni Cinquanta del Novecento, documentano la presenza dei Niobidi nel Salone delle Statue al primo piano (ora aula B8); attualmente si conservano 13 calchi, di cui uno doppio (Niobe con la figlia), tutti in ottimo stato di conservazione, costituendo così uno degli insiemi più completi e di maggiore rilevanza nell'ambito delle copie in gesso del gruppo dei Niobidi.
Tutti i calchi modenesi sono dotati di una base in legno dipinta in colore bianco in modo da farla sembrare facente parte del calco e munita di quattro fori quadrati passanti per inserirvi all'occorrenza due sbarre di ferro che permettevano di movimentare i gessi all'interno dell'Accademia.

Altre opere in Raccolte artistiche didattiche dell’Istituto di Istruzione Superiore “A. Venturi” e Galleria delle Statue (121)
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