
Sarsina
La raccolta di interesse eminentemente epigrafico riunita agli inizi del Seicento dall'erudito sarsinate Filippo Antonini può considerarsi il nucleo originale del museo, la cui istituzione da parte del Comune di Sarsina si data all'ultimo decennio dell'Ottocento, quando l'archeologo forlivese Antonio Santarelli riceve l'incarico di procedere ad un primo ordinamento delle vestigia archeologiche provenienti dall'antica città romana. L'importanza e l'ampiezza delle collezioni museali, alle quali con il tempo si sono aggiunti i materiali della necropoli romana di Pian di Bezzo ed altri reperti frutto di numerose campagne di scavo in ambiente urbano ne hanno determinato in seguito l'acquisizione da parte dello Stato. La documentazione archeologica relativa all'intero arco di vita del centro umbro e romano copre quindi uno spazio temporale di diversi lustri dal IV sec. a.C. al II sec. d.C., testimoniando la floridezza di cui la città ha goduto specialmente fra il periodo tardo repubblicano e l'epoca imperiale, momento nel quale si raggiunge il livello più alto di monumentalizzazione e di organizzazione urbanistica.
Non sono molti i ruderi del 'municipium' romano ancora visibili entro l'odierna Sarsina, ma fra essi risalta in particolar modo per la sua eleganza il mausoleo di Aulo Murcio Obulacco ricostruito, con l'aggiunta di elementi integrativi moderni, presso il Parco delle Rimembranze, proprio all'ingresso del paese. Si tratta di un singolare monumento funerario ad edicola terminante con un'alta guglia a forma di cuspide e volute a riccio che originariamente si elevava all'interno della necropoli di Pian di Bezzo, ubicata nel fondovalle a sud del colle Calbano su cui è arroccata la città. Dal punto di vista archeologico questa area cimiteriale rappresenta una vera rarità poiché il suo precoce interramento dovuto a cause naturali l'ha preservata nel suo primitivo assetto sino ai giorni nostri, consentendone lo scavo e lo studio integrale. Allineata lungo i margini della strada che conduceva alla volta di Cesena, la necropoli costituisce, infatti, una sorta di compendio di tutti monumenti sepolcrali di tipologia conosciuta in ambito regionale, primi fra tutti i monumenti lapidei a cuspide dei Murcii, il grande mausoleo pure ad edicola cuspidata con statue di defunti negli intercolumni di Rufo e la tomba a dado con fregio dorico di Publio Verginio Peto. I monumenti di questi due esponenti delle famiglie magnatizie sarsinati si conservano oggi presso il Museo Nazionale, dove sono stati sottoposti ad importanti interventi di restauro e di integrazione in occasione dell'ultimo aggiornamento espositivo.
Il museo occupa una dozzina di ambienti all'interno di un antico edificio nel centro storico sarsinate. Al piano terreno è ospitato il lapidario con l'ampia documentazione relativa agli aspetti architettonici ed artistici della città. Vi sono esposte le iscrizioni dei 'Sassinates' illustri, le epigrafi civili, comprese quelle menzionanti l'erezione delle mura urbiche in età repubblicana, i documenti di carattere religioso con i resti dell'edificio di culto voluto da Cesio Sabino, personaggio illustre ricordato anche dal poeta Marziale. Seguono altre testimonianze iscritte e pietre funerarie di varia forma e tipologia provenienti dalla necropoli di Pian di Bezzo. Nel padiglione appositamente realizzato, contiguo alla sala V, è stata operata l'anastilosi del mausoleo funerario di Asfionio Rufo. Fra i molti materiali che illustrano l'edilizia pubblica e civile, sono di rilievo, per la loro qualità artistica, il complesso mosaico pavimentale a tessere policrome con scena centrale del 'Trionfo di Dioniso', recuperato durante l'esplorazione di una importante dimora privata cittadina, e una serie di statue di culto raffiguranti divinità orientali, tra le quali spicca, per bellezza, quella di Attis. Il percorso museale si conclude al piano superiore ancora con materiali ricollegabili ai diversi aspetti della città e della necropoli, mentre la presenza di reperti naturalistici ed oggetti della fase preromana forniscono al visitatore una sintesi della realtà storico-ambientale della vallata del Savio, documentando ciò che le indagini archeologiche hanno sinora posto in luce della Sarsina umbra.
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