
Formigine
Il territorio di Formigine ha richiamato l’attenzione di antichisti e archeologi in relazione all'ubicazione dei Campi Macri, una località nei pressi di Mutina ove si teneva una delle più importanti fiere mercato di ovini dell’Italia antica.
In località Magreta diversi studiosi pongono infatti il famoso mercato preromano dedicato allo scambio di carni, latticini, lana e pellame, che prosperò a lungo entrando in un progressivo declino sino al definitivo abbandono nel corso dell’avanzato I sec. d.C.
I Campi Macri vengono citati anche da Columella in relazione alla qualità della lana ricavata dagli ovini allevati in zona. Si ritiene che la denominazione stessa del sito faccia riferimento al termine latino macretum, impiegato per indicare terreni di scarsa fertilità, ma adatti all'allevamento.
A partire dal II sec. a.C. il Formiginese appare investito pienamente dalla colonizzazione romana e sottoposto alla consueta suddivisione territoriale e assegnazione dei fondi rurali con il sistema della centuriazione. Le prime fattorie, corrispondenti a complessi di piccole e medie dimensioni, cominciano a diffondersi con le fasi più antiche della romanizzazione, mentre l’erezione di ville ha inizio tra la fine dell’età repubblicana e il principio dell’epoca imperiale.
L’importanza del sito, in un punto strategico in prossimità di Mutina, alla confluenza fra la via Emilia e la direttrice della valle del Secchia, è ribadita dalla sua scelta come luogo di incontro e di accampamento sia da parte degli eserciti romani inviati a contrapporsi ai Liguri, che dopo l’occupazione di Modena nel 177 a.C. si erano spinti in Appennino, sia da parte del console Licinio che vi aveva svernato con le sue truppe (168 a.C.). Una struttura che potrebbe corrispondere al castrum romano delle operazioni contro i Liguri è segnalata in località Colombaia.
Per ciò che riguarda le ville citate, si tratta di strutture di maggiori dimensioni, ripartite in quartieri residenziali e produttivi, caratterizzate da un livello qualitativo superiore che prevedeva intonaci parietali, spesso decorati, pavimenti mosaicati o marmorei, impianti di riscaldamento, piccole terme ecc. Insediamenti di questa tipologia sono segnalati a Casinalbo (Case Ferrari, Villa Guastalla, strati superiori della terramara di Casinalbo), a Formigine (Villa Gandini) e a Magreta (podere Debbia).
Una serie di fornaci, in parte note sin dall’Ottocento, costituisce una significativa testimonianza di una fiorente attività economica nel campo del laterizio.
A grandi complessi produttivi autonomi come la famosa fornace di Magreta (Pod. Magiera/Ceci), oppure le fornaci di Case Sant’Antonio, si affiacano impianti minori annessi a ville urbano-rustiche e fattorie (podere Debbia, Fossa Gazzuoli). Alcune strutture gravitano sulla strada Viazza, il cui tracciato sembra coincidere con il decimo cardine ovest della centuriazione di Modena, un asse di percorrenza che permetteva appunto il collegamento fra il capoluogo e la zona dei Campi Macri.
I manufatti realizzati dalle fornaci non comprendevano esclusivamente laterizi da costruzione, ma un variegato campionario di materiali fittili che andavano dalle ceramiche fini da mensa alle lucerne, dai pesi da telaio alla piccola statuaria ornamentale. Particolari classi di oggetti rappresentavano la specializzazione, quasi a livello “industriale”, di una specifica fornace, come le lucerne di tipo pergameno fabbricate a Magreta, ampiamente diffuse in Italia centro-settentrionale e Oltralpe nel Norico.
La ricorrenza di marchi di fabbrica relativi alla gens dei Valerii o a quella degli Acutii, o forse ancora a quella dei Matienii, rimarca l’apporto dell’imprenditoria locale che nell'ambito della produzione figulinaria sembra essersi particolarmente distinta anche per innovatività e capacità creativa. Proprio ad officine modenesi si attribuisce infatti l’origine delle lucerne realizzate a stampo con marchi di fabbrica, in accordo con il passo di Plinio ove Modena figura fra i centri che primeggiavano nelle attività legate alla lavorazione dell’argilla.
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