
Fondo: Fondo Franco Fontana
phototransfer
XX (1970 – 1970)
n. 544
Nell'immagine è inquadrato un paesaggio di mare, visto dall'alto. L'acqua passa dal chiaro della riva al blu profondo, ed è calmo. La spiaggia è chiara e, su di essa, si proietta l'ombra scura dello sperone roccioso sul quale è stata scattata la foto.
Da un articolo su LaStampa Cultura, di Rocco Moliterni:
«Era il 1970 e con un gruppo di amici fotoamatori andammo in un hotel sul Gargano, in Puglia, che si chiamava e penso si chiami ancora Baia delle zagare. È su un piccolo sperone in alto rispetto al mare, dove ci arrivi con un ascensore. Decidemmo di fare delle foto. C’è chi fu attratto dalla gente che faceva il bagno e chi dall’acqua, a me colpì quell’ombra che lo sperone incideva sul bianco della spiaggia»: così Franco Fontana ricorda come nacque Baia delle Zagare, una delle sue immagini più conosciute. «Allora non ero ancora un professionista, di lavoro vendevo mobili per interni. Ma avevo la passione, mi ero anche pagato coi miei soldi un libro di fotografia su Modena, che adesso è una rarità per collezionisti».
Fontana è affezionato in modo particolare a quell’immagine: «Grazie a lei – ricorda – sono diventato famoso in tutto il mondo. Ad apprezzarne la “filosofia” furono i francesi. Nel 1978 – ormai avevo deciso di scommettere su me stesso, avevo mollato i mobili e mi ero messo a fotografare a tempo pieno – feci una mostra a Parigi, dove c’era anche Baia delle Zagare. Mi chiamarono dal ministero della Cultura per dirmi che secondo loro quell’immagine esprimeva perfettamente lo spirito del loro Paese e che la volevano usare in un manifesto per la diffusione del “pensiero francese”. Ne fui felice e poi ho scoperto che quel manifesto è arrivato in tutte le ambasciate e nei più sperduti centri culturali in Asia come in Africa». Ma c’è un’altra ragione per cui Baia delle Zagare è importante per il suo autore: «Rappresenta il mio modo di intendere la fotografia. Io credo infatti che questa non debba documentare la realtà, ma interpretarla. La realtà ce l’abbiamo tutti intorno, ma è chi fa la foto che decide cosa vuole esprimere. La realtà è un po’ come un blocco di marmo. Ci puoi tirar fuori un posacenere o la Pietà di Michelangelo»
Vedendola oggi si può dire che in quella immagine c’è già lo «stile» Fontana, quell’uso, come dice lui stesso, «materico» del colore e quel confine labile tra il realismo e l’astrazione, che l’avrebbe accompagnato in tutta la carriera, dai paesaggi Anni 70 ai nudi («A differenza di quelli di Araki o Serrano i miei sono da museo e non da edicola», rivendica polemicamente) degli Anni 80 agli asfalti di oggi. «Ma l’astrazione in fotografia è diversa da quella in pittura, anche se riprendi una casa fai qualcosa di astratto, perché hai deciso di isolare quell’immagine e non un’altra, l’astrazione è nella testa di chi scatta».
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Baia delle Zagare gli stava per aprire anche la strada dell’America. «Ce l’avevo quando andai a New York nel 1979. Con i miei portfolio e un pizzico di incoscienza andai a bussare alla porta di Leo Castelli, il grande gallerista. C’era una coda lunghissima di artisti che volevano mostrare i loro lavori. Presero i miei portfolio e dopo una mezz’ora la moglie di Castelli mi chiamò, aveva su una scrivania le mie immagini sparpagliate e mi disse che erano molto interessati ai miei lavori. Dovevo però firmare in esclusiva per loro e aspettare due anni, perché avevano già mostre bloccate per tutto quel tempo. Io ero impaziente e dissi di no. Oggi me ne pento e non poco». Ma l’America sarebbe comunque entrata nelle sue immagini, forse anche perché, come direbbe Guccini, esiste un legame «tra la via Emilia e il West». «Negli anni successivi l’ho girata in lungo e in largo. E anche in anni recenti ci sono tornato con amici come Valerio Massimo Manfredi per fare un libro sulla Route 66». Dei suoi primi viaggi in America rimane una serie famosa che diede vita anche a varie mostre: «La luce delle domeniche americane». «Allora avevo iniziato a fotografare non solo paesaggi e case, ma anche persone». A vedere quelle sue immagini, con i colori scolpiti, il tempo sospeso e la gente sui marciapiedi in attesa dei bus, si direbbe anticipatore di molta dell’odierna street photography.
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«Baia delle Zagare – conclude – la feci con una Pentax, poi sono passato alle Canon e ho sempre usato quelle. Ma non sopporto chi ti chiede mille particolari tecnici, pensando siano fondamentali: la macchina fotografica è come la penna stilografica per uno scrittore, solo uno strumento. Quello che conta è quello che sai scrivere».
(www.lastampa.it/2011/08/10/cultura/franco-fontana-con-l-ombrasul-mare-conquistai-la-francia-nXSaZgvm0OmCeNiAEwuk9K/pagina.html)
Bibliografia
Roganti G.
Das Jahrhundert der Photographie. Die Sammlung der Galleria civica di Modena und Fondo Franco Fontana
Milano
Electa
1999