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Affreschi della cappella del Cuore Immacolato di Maria

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Piazza A. Fratti, 4 – Forlimpopoli (FC)

Bacchetti Paolo

1848/ 1886

dipinto murale

intonaco/ pittura a fresco/ pittura a secco (?),
intonaco/ pittura a tempera (?)
sec. XIX (1878 – 1881)

Nel catino della piccola cupola, entro uno spaccato di cielo, in un vortice di gonfie nubi è raffigurata una schiera di paffuti angioletti che tengono nella mani i simboli del culto mariano: la ghirlanda di rose senza spine, il ramo di palma, lo scettro, l'ancora, la bilancia, lo stelo con i fiori di giglio, la spada di fuoco e la falce lunare, il calice dell'Eucarestia, la croce di Cristo, il turibolo e la pisside. La composizione converge verso il centro della cupola dove, in un bagliore dorato a simboleggiare la Trinità celeste, si staglia il Cuore Immacolato della Vergine offerto alla devozione dei fedeli da un angioletto e sormontato da una ghirlanda di fiori sostenuta da due angeli in volo. Nella lunetta di sinistra (sulla parete settentrionale della cappella) è raffigurata la scena di un presepe con l'adorazione dei Magi. Nella lunetta di destra (sulla parete meridionale), il trasporto del Cristo deposto al sepolcro, accompagnato dalle Marie.
Nei quattro pennacchi della volta, su di uno sfondo dorato a imitazione di un mosaico bizantino, sono raffigurati angeli che recano su cartigli le invocazioni alla Vergine (Ave Maria; Ave Mediatrix Omnium (Gratiarum); Ave Regina Pacis; la quarta risulta completamente illeggibile).

L'intervento del pittore forlimpopolese Paolo Bacchetti nella realizzazione dell'apparato esornativo della piccola cappella del Cuore Immacolato di Maria, è attestato mediante documenti (inediti) conservati presso l'Archivio Storico del Comune di Forlimpopoli. Per quanto concerne la sua attività presso la chiesa dei Servi, per evidenti analogie stilistiche a lui devono attribuirsi le due immagini del San Giovanni Battista e di San Giuseppe, dipinte entro le cornici a stucco poste sulla parete di fondo dell'abside, e le figure di angeli che recano i simboli cristologici, dipinti nei riquadri della cupola del presbiterio. La cappella fu edificata nel 1634 dalla Compagnia dei Battuti Neri e fu utilizzata come oratorio fino al 1679, anno in cui la confraternita si trasferì nella vicina chiesa di San Nicolò donata dal principe Savelli. In seguito, la cappella fu intitolata ai Sette Santi Fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria dopo ampi rifacimenti attuati fra il 1728 e il 1729. Ulteriori interventi, in particolare sull'apparato esornativo, furono realizzati nel corso del XIX secolo. Il culto del Sacro Cuore, o del Cuore Immacolato di Maria si diffonde in epoca tarda, anche se già nel Vangelo di San Luca la devozione al Cuore della Vergine è contenuto come in nuce. In due passi del sacro testo infatti si fa menzione del suo Cuore, presentato come uno scrigno sacro in cui si raccolgono i fatti e i detti di Cristo: "Maria conservava con cura tutti questi fatti considerandoli nel segreto del suo cuore" (Lc. 2,19) e, ancora: "E sua madre conservava tutto ciò nel cuore" (Lc. 2, 51). La prima traccia del culto pubblico è attestata a Napoli nel 1640 con la fondazione della confraternita del Cuore di Maria ad opera di Giovanni Eudes, che diffuse anche la devozione al sacro Cuore di Gesù.
La festività, istituita dalla Chiesa di Roma nel 1805, fu poi estesa a tutta la Chiesa cattolica dal 1944, come rappresentazione della consacrazione dell'umanità al Cuore Immacolato di Maria eseguita da Pio XII nel 1942 durante la seconda guerra mondiale. Inizialmente la festività fu fissata all'ottava dell'Assunzione di Maria, il 22 agosto. Con la riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II, fu spostata al sabato della seconda settimana dopo Pentecoste, in modo da porla immediatamente dopo la solennità del Sacro Cuore, con il grado di memoria facoltativa; nel 2000 è stata resa memoria obbligatoria. Il culto ha per oggetto materiale il cuore fisico, considerato in tutta la sua realtà materica, e, in senso traslato, come oggetto di devozione l’amore di Maria verso Dio e verso gli uomini. In tempi recenti Mariacristina Gori ha tentato di ricostruire il catalogo dell’artista, molto attivo e operoso nel decennio compreso fra il 1874 e il 1886, avvalendosi di una documentazione d’archivio abbastanza ricca ed interessante ma riuscendo a reperire solo una parte della cospicua produzione dell’artista (di molte opere non si è riusciti, infatti, a individuare l’ubicazione poiché andate disperse). Si tratta di una produzione pittorica senza dubbio minore, ‘modesta’ (quantitativamente e qualitativamente) che costituisce, comunque, una preziosa testimonianza – per certo “non trascurabile”, come ebbe a definirla la storica dell’arte – nel più ampio panorama artistico romagnolo e che consente di delineare figure e aspetti della pittura locale della seconda metà dell’Ottocento: il Bacchetti, infatti, fu artista versatile, capace di praticare con una certa padronanza diverse tecniche espressive. Nato a Forlimpopoli il 15 febbraio 1848, questi completò la sua formazione presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, allievo del più celebre pittore forlivese Pompeo Randi (1827-1880). Dall’artista forlivese Bacchetti acquisisce le tecniche di produzione ma mutua, al contempo, anche la propensione verso alcuni generi pittorici – il ritratto in primo luogo come pure la pittura ad affresco e a tempera – a lui particolarmente congeniali anche se praticati con esiti non sempre all’altezza del maestro. A seguito della brillante formazione, ricevette attestati dall’Accademia di Santa Cecilia in Roma e dall’Accademia di Belle Arti di Firenze; nel 1878 venne designato dalla Municipalità forlimpopolese, insegnante di Disegno nelle scuole comunali quindi, nel 1881, insegnante di Disegno e Calligrafia presso le scuole tecniche. Uno dei primi impegni – certamente uno dei più prestigiosi – che il Bacchetti è chiamato a onorare, è la realizzazione di un ciclo di dipinti con rappresentazioni della vita e dei miracoli di Sant’Apollinare per la basilica Ursiana di Ravenna, in occasione delle solenni celebrazioni per il settimo centenario del Santo protettore della città (23 luglio 1874). La serie delle 17 tavole (oggi disperse) doveva fare parte dell’apparato effimero progettato ed eseguito dal celebre apparatore ravennate Natale Berghinzoni; esse ornavano i pennacchi della volta e della cupola nonché la tribuna della chiesa metropolitana. E’, comunque, il ritratto il genere prediletto dal Bacchetti, quello cui si dedica con i migliori esiti. A questo genere afferiscono parte dei dipinti confluiti nelle raccolte comunali (si tratta per lo più di ritratti ‘ufficiali’ dei personaggi illustri del Risorgimento: dei reali d’Italia, di Giuseppe Mazzini), quelli conservati in collezione privata (ritratti della madre, della figlia, delle cognate Ida e Maria) come, pure, quelli ancora oggi allogati nella sala del Capitolo della cattedrale di Santa Caterina a Bertinoro (ritratti dei vescovi Pietro Buffetti e Giovan Battista Missiroli, eseguiti rispettivamente nel 1875 e nel 1879). A Forlimpopoli Bacchetti è impegnato anche nella realizzazione di importanti cicli pittorici: per la chiesa dell’Immacolata Concezione (più comunemente nota come chiesa del Carmine) nel 1876 (qui realizza l’apparato esornativo del presbiterio e la decorazione del catino della cupola); per la chiesa dei Servi di Maria dove fra il 1873 e il 1875 esegue la decorazione della cappel

Bibliografia Aldini T.
La Chiesa e il Convento dei Servi in Forlimpopoli
Forlimpopoli
Nuova Tipografia
1993
pp. 107-108

Bibliografia Aramini A.
Scritti
Forlimpopoli
Nuova Tipografia
1993
p. 539

Bibliografia Gori M.
Il pittore Paolo Bacchetti
Forlimpopoli documenti e studi
1993
pp. 169-201
pp. 167-201

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