
Faenza
Notizie storiche: progetto e costruzione
La villa è terminata da Melchiorre Bega nello stesso anno in cui porta a termine il progetto di villa Cerri a Bologna, a testimonianza di come l’architetto interpreti in maniera libera e diversificata, il ripensamento del significato del linguaggio moderno, nel passaggio cruciale dell’immediato Secondo Dopoguerra. Se la casa bolognese ripropone letteralmente, seppur tardivamente, il codice razionalista, quella di Faenza risente di un eco, anch’esso ormai abbandonato, dell’uso eclettico e depurato di un repertorio classico, riconoscibile ad esempio in certe opere di Piero Portaluppi o dello stesso Giò Ponti, autore molto attento al lavoro di Bega.
L’esito è quasi un “ibrido” che mette in mostra la capacità di mescolare differenti linguaggi in gran parte riferibili alle esperienze del razionalismo/Novecentismo, in un’architettura dal tono controllato e dal sapore rurale e si presenta come espressione del gusto di una committenza borghese che si riconosce nell’immagine della casa di campagna fatta di elementi della tradizione rurale e mediterranea: il portico, la veranda, il pergolato, il tetto ad una sola falda in coppi.
Tra i vari contributi che confluiscono nel progetto, fondamentale è poi l’attenzione per il paesaggio e gli spazi aperti, che ricorda il lavoro fatto dallo stesso Bega nella sua villa a Bologna del 1940, di cui si trovano elementi anche nella residenza faentina.
La villa occupa il centro di un lotto in una posizione isolata ed intima distante dal confine. Il terreno non presenta dislivelli e l’assenza di un basamento, fa si che l’edificio risulti completamente radicato al suolo erboso. Alla casa si giunge attraverso un marciapiede a partire dal confine recintato con un muro in mattoni a vista che contrasta con lo sfondo della casa intonacato di bianco.
All’abitazione si accede mediante due ingressi porticati: il principale si trova sulla lunga facciata est; l’ingresso di servizio invece è posto nell’intersezione dei due bracci e conduce direttamente alla zona destinata al personale.
La pianta è distribuita su un solo livello, eccezion fatta per il piccolo locale seminterrato. La forma a “T” permette una chiara divisione delle funzioni della casa, che si dispongono su ampie superfici, volte a realizzare una dotazione di spazi comodi, ma senza sprechi, di cui l’architetto disegna anche gli arredi. Gli ambienti di servizio (una camera da letto e la cucina) occupano il corpo verticale di sezione ridotta. Il punto di contatto tra le due zone della casa è destinato a quelle funzioni di interazione tra le due parti. Vi si trova infatti un ambiente per la preparazione dei cibi e la scala che conduce alla cantina.
Il corpo perpendicolare è destinato invece alla parte padronale. Dall’ingresso, posto in posizione decentrata rispetto al portico esterno, un corridoio divide in tre fasce longitudinali questa porzione della pianta. La parte est accoglie, distribuendole a blocchi sui due lati del corridoio, quattro camere da letto e un grande spazio di lavoro destinato anche a guardaroba diviso da una parete in vetrocemento. Nell’ala ovest, invece, si trovano gli spazi di soggiorno e uno studio. I primi (salotto e sala da pranzo) si affacciano su una porzione di giardino con un pozzo, racchiuso dal corpo di servizio e dal corpo principale da un lato, e da un pergolato, dall’altro, a definire un patio mediato da una loggia, luogo di transizione tra lo spazio privato interno e quello aperto.
Le facciate contrapposte della zona giorno sono caratterizzate da grandi aperture vetrate presenti anche nei setti interni, in modo da far penetrare la luce per tutta la profondità dell’edificio da est a ovest.
I prospetti rimandano a vaghi richiami di edilizia coloniale visibili: nelle profonde logge che determinano significative zone d’ombra, nell’arco ribassato che segna gli ingressi, nel patio definito dal colonnato-pergolato. Gli intonaci bianchi delle facciate sono alternativamente forati da finestre tradizionali e ripetute con scuri a persiana o da aperture più grandi isolate per le zone di soggiorno. Le falde del tetto in unica pendenza verso l’interno richiamano cenni di tradizionali case rurali e di “domus” romane. I fronti dell’ala di servizio presentano la quasi totalità delle aperture verso nord, in modo da non avere alcuna introspezione sul patio all’aperto.
Sulle facciate est e ovest si trovano due bassorilievi in ceramica realizzate dagli stessi committenti ed una particolare maniglia anch’essa in ceramica sulla porta d’ingresso opera del ceramista Giuseppe Melandri, omaggio alla tradizione faentina di questa lavorazione artigianale.
Fonte: Architetture del secondo Novecento – Mibact – Matteo Sintini, Ilaria Cattabriga
via Ravegnana 1, via Filanda Nuova
Faenza
(RA)