
1512/ 1597
dipinto
La scena rappresenta una dama riccamente abbigliata a mezza figura con corona e parure di gioielli, con abiti in foggia rinascimentale, in atto di tenere nella destra la coppa con cui avvelena il marito Tolomeo oppure quella dove scioglie la perla del suo orecchino nell'episodio del Banchetto. Sul tavolo posto alla sua destra, coperto da un tappeto rosso, vi è un vaso – parrebbe una sorta di turibolo – bronzeo sagomato e decorato a rilievo, con coperchio posato accanto.
Riguardo alla provenienza di questo dipinto va precisato che la vecchia scheda della Direzione Monumenti, Antichità e Belle Arti di Ravenna, redatta da Antonio Corbara (1973), attribuisce il lascito ad un certo "Bacchi cittadino Bagnarese che avrebbe donato una piccola raccolta di dieci quadri"; Ernesto Casadio, invece, con le sue ricerche, attribuisce la donazione a "Deggiovanni". Si riporta di seguito uno stralcio dell'articolo del signor Casadio, dirigente ufficio demografico del Comune di Bagnara, pubblicato sul "Nuovo Diario messaggero della Diocesi di Imola" (1 luglio 1978):
"Per puro caso, e facendo ricerche sulla toponomastica bagnarese, ho trovato la delibera consiliare del 3.6.1841 con cui si accettò il lascito di quelle opere d'arte. Intanto il testatore non era un Bacchi di Bagnara, come vorrebbero le citate schede in Municipio, ma tal Luigi Deggiovanni di Mordano, e domiciliato in Bologna. Costui aveva fatto testamento il 2.1.1841 lasciando a due diversi Comuni i quadri di sua proprietà (l'altro comune non si evince per vari "omissis", ma viste le origini del testatore si può facilmente supporre che si tratti di Mordano. ndr). I quadri lasciati erano dieci e non otto e tre di essi non figurano nell'elenco di quelli attuali, cosi come uno di questi ultimi non risulta lasciato dal Deggiovanni. Per gli altri sette è possibile dare un nome a quegli illustri anonimi. C'è inoltre da dire che soltanto Bagnara segue fedelmente quel disposto testamentario, lasciando i quadri in abbellimento nelle Sale ove si tengono le riunioni del Consiglio. Ma ecco l'elenco che figura dall'estratto del testamento:
1) La B.V. cioè lo sposalizio di S. Caterinao del Fiorini (ora manca);
2) Una Deposizione di Croce di Donato Creti;
3) Una Cleopatra (evidentemente il Ritratto di Donna) del Gessi;
4) Una B.V. con due Santi del Gennari (anche questo mancherebbe all'appello);
5) Una S. Maria Maddalena del Faccani; (anche questo non c'è);
6) Un San Francesco del Gennari;
7) Un Salvator Mundi del Cavedoni;
8)Un Ecce Homo Scuola di Guido
9) Un San Francesco del Procaccini
10) Un ritratto con berretta in testa dello Spagnuolo.
Dirò inoltre che l'eredità fu accettata con 11 voti favorevoli e 2 contrari, che le opere furono stimate complessivamente Scudi 263, somma discreta, ma non favolosa, per quell'epoca. Per averne un'idea si pensi che l'anno prima si erano spesi Scudi 146,52 per riparare il ponte di legno sul Santerno, in istato di massimo deperimento. Per entrare in possesso del lascito, il Comune dovette pagare l'imposta di successione: Napoleone e il suo codice non erano dunque passati invano e avevano suggerito questa bella novità anche nell'ordinamento dello Stato Pontificio."
L'opera è da identificarsi con quella citata dal Casadio come "Una Cleopatra (evidentemente il Ritratto di Donna) del Gessi". Antonio Corbara, nella scheda citata, propone l'attribuzione al bolognese Prospero Fontana (1512-1597). Dopo gli anni della formazione, Prospero Fontana aprì a Bologna una scuola che ebbe un ruolo notevole nella maturazione della pittura emiliana nella seconda metà del XVI secolo. Fontana fu un eccellente ritrattista (abilità che trasmise alla figlia Lavinia) e come tale fu presentato da Michelangelo a Giulio III, divenendo uno dei pittori preferiti del pontefice, ®che lo stipendiò fra' pittor palatini. Servì anco i tre successori di Giulio e fu considerato fra' miglior ritrattisti del suo tempo¯ (Lanzi).
Discepolo di Innocenzo da Imola (da cui verrà prescelto in punto di morte per terminare una sua tela), poco più che sedicenne Fontana fu tra gli aiutanti di Perin del Vaga, già allievo di Raffaello, nella decorazione di Palazzo Doria a Genova, città dove operò, seppur discontinuamente, per quasi un decennio.
Attorno al 1550 iniziò a lavorare per Giulio III a Roma, dove, tra l'altro, sovrintese alla decorazione del Belvedere in Vaticano; lavorò in Castel Sant'Angelo; decorò, assieme a Taddeo Zuccari, Villa Giulia e affrescò il loggiato di Palazzo Firenze in Campo Marzio (allora appartenente al fratello del papa).
Verso il 1560 si recò in Francia: fu uno dei vari pittori manieristi coinvolti dal Primaticcio in quella che risulterà essere la fondazione della Scuola di Fontainebleau, un'esperienza che anche per Fontana risultò assai formativa. Il soggiorno francese, tuttavia, fu breve, perché Fontana, gravemente ammalato, dovette essere rimpatriato in tutta fretta (non riuscendo neppure a guadagnarsi l'anticipo ricevuto che Primaticcio poi gli condonò).
Poco dopo Fontana accompagna il Vasari (con cui aveva già collaborato a Rimini) a Firenze, dove lo assiste negli affreschi di Palazzo Vecchio (1563-1565), e dove viene ammesso nell'Accademia Fiorentina del Disegno.
Rientrato nel 1570 a Bologna, ripartì l'anno successivo per Città di Castello, dove aveva ottenuto l'incarico di decorare Palazzo Vitelli a Sant'Egidio. L'opera lo impegnò, con aiuti, dal 1572 al 1574, ma la sua parte centrale, le 22 scene delle Storie dei fatti dei Vitelli nel Salone, è spesso citata per la rapidità con cui venne eseguita (poche settimane).
Da Città di Castello Fontana ritornò definitivamente a Bologna dove, comunque, aveva continuamente operato negli intervalli tra i vari altri lavori. Nel 1550 vi aveva affrescato la Palazzina della Viola (scene della Vita di Costantino), nel 1551 Palazzo Bocchi (affreschi delle Virtù e degli Dei), tra il 1550 e il 1556 Palazzo Poggi (Scene della vita di Mosè nella relativa sala e vari altri affreschi in altre sale); nel 1560 aveva dipinto la Disputa di Santa Caterina per il santuario della Madonna del Baraccano ("che è tenuta molto bell'opera", scrive il Vasari); tra il 1566 e il 1568 aveva decorato a fresco la cappella Pepoli in San Domenico e nel 1570 aveva partecipato alla decorazione del nuovo abside nella Chiesa di San Pietro.
Fontana continuò a dipingere fino al 1590, ma nell'ultimo periodo rimase "senza commissioni e senza seguaci". Secondo l'abate Luigi Lanzi, che imputa al Fontana un profondo decadimento della pittura nel centro felsineo, ciò era dovuto, prima ancora che alla concorrenza dei Carracci, alla sua pittura troppo frettolosa e poco curata (eccessivamente mutuata dal Vasari) per una sete di guadagni connessa con uno smodato "amore del lusso".