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ritratto maschile

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Piazza IV Novembre, 3 – Bagnara di Romagna (RA)

dipinto

tela/ pittura a olio
cm.
68(a) 52(la)
altezza con cornice 80//larghezza con cornice 65
secc. XVII/ XVIII (1656 – 1727)

Ritratto maschile, a mezzo busto, fortemente illuminato da destra. Copricapo rosso e collo della camicia bianca riccamente increspato. Il tono monocoromo nella tonalità seppia è ravvivato da vivaci accenti chiaroscurali.

Riguardo alla provenienza di questo dipinto va precisato che la vecchia scheda della Direzione Monumenti, Antichità e Belle Arti di Ravenna, redatta da Antonio Corbara (1973), attribuisce il lascito ad un certo "Bacchi cittadino Bagnarese che avrebbe donato una piccola raccolta di dieci quadri"; Ernesto Casadio, invece, con le sue ricerche, attribuisce la donazione a "Deggiovanni". Si riporta di seguito uno stralcio dell'articolo del signor Casadio, dirigente ufficio demografico del Comune di Bagnara, pubblicato sul "Nuovo Diario messaggero della Diocesi di Imola" (1 luglio 1978):
"Per puro caso, e facendo ricerche sulla toponomastica bagnarese, ho trovato la delibera consiliare del 3.6.1841 con cui si accettò il lascito di quelle opere d'arte. Intanto il testatore non era un Bacchi di Bagnara, come vorrebbero le citate schede in Municipio, ma tal Luigi Deggiovanni di Mordano, e domiciliato in Bologna. Costui aveva fatto testamento il 2.1.1841 lasciando a due diversi Comuni i quadri di sua proprietà (l'altro comune non si evince per vari "omissis", ma viste le origini del testatore si può facilmente supporre che si tratti di Mordano. ndr). I quadri lasciati erano dieci e non otto e tre di essi non figurano nell'elenco di quelli attuali, cosi come uno di questi ultimi non risulta lasciato dal Deggiovanni. Per gli altri sette è possibile dare un nome a quegli illustri anonimi. C'è inoltre da dire che soltanto Bagnara segue fedelmente quel disposto testamentario, lasciando i quadri in abbellimento nelle Sale ove si tengono le riunioni del Consiglio. Ma ecco l'elenco che figura dall'estratto del testamento:
1) La B.V. cioè lo sposalizio di S.Caterina del Fiorini (ora manca);
2) Una Deposizione di Croce di Donato Creti;
3) Una Cleopatra (evidentemente il Ritratto di Donna) del Gessi;
4) Una B.V. con due Santi del Gennari (anche questo mancherebbe all'appello);
5) Una S. Maria Maddalena del Faccani; (anche questo non c'è);
6) Un San Francesco del Gennari;
7) Un Salvator Mundi del Cavedoni;
8) Un Ecce Homo Scuola di Guido
9) Un San Francesco del Procaccini
10) Un ritratto con berretta in testa dello Spagnuolo.
Dirò inoltre che l'eredità fu accettata con 11 voti favorevoli e 2 contrari, che le opere furono stimate complessivamente Scudi 263, somma discreta, ma non favolosa, per quell'epoca. Per averne un'idea si pensi che l'anno prima si erano spesi Scudi 146,52 per riparare il ponte di legno sul Santerno, in istato di massimo deperimento. Per entrare in possesso del lascito, il Comune dovette pagare l'imposta di successione: Napoleone e il suo codice non erano dunque passati invano e avevano suggerito questa bella novità anche nell'ordinamento dello Stato Pontificio."
Sempre Corbara propone l'attribuzione a Giovanni Antonio Burrini (1656-1727), uno dei maggiori pittori bolognesi fra Sei e Settecento, capace di fondere le influenze classiciste e barocche assorbite dallo studio degli affreschi carracceschi in palazzo Fava e dall'insegnamento degli ultimi maestri ancora sulla scena (Canuti, Pasinelli, Cignani, Franceschini) con il cromatismo "veneto" delle opere di Tiziano, Tintoretto e Paolo Veronese conosciute grazie al mecenatismo del gentiluomo bolognese Giulio Cesare Venenti.
Molteplici le esperienze figurative dell'artista, suddivise tra la realizzazione di opere decorative di grande successo – gli affreschi di palazzo Ratta, del cortile dell'Archiginnasio, della Villa Albergati a Zola Predosa (1681-1684), della chiesa dei Celestini, di palazzo pubblico e di palazzo Alamandini – e delle pale d'altare dai sorprendenti esiti cromatici per la collegiata di Mirandola, la chiesa di San Giacomo a Bologna e quella di Sant'Eufemia a Ravenna.
Una più antica classificazione a cura della Direzione Antichità di Ravenna (1953) accennava ad "arte del Cagnacci". Il ritratto corrisponde al "ritratto con berretta in testa dello Spagnuolo" citato dal Casadio.

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