
1476 ca./ 1559
dipinto
n. LU001 (AUSL Ravenna)
Datata al 1538, l'opera fu commissionata da Francesco d'Este, signore di Massa Lombarda, a ornamento della cappella della Confraternita del Santissimo Sacramento nella chiesa di San Paolo, completata solo un anno prima. Essa segna il primo intervento del marchese all'interno di questo edificio, designato quale suo futuro luogo di sepoltura. Gli anni trenta sono per il Garofalo il periodo di più intensa produzione di grandi pale d'altare, quali la Resurrezione di Lazzaro, l'Identificazione della Vera Croce, il Miracolo di Casa Obizzi (Ferrara Pinacoteca Nazionale), e la Lapidazione di santo Stefano (Berlino, Gemäldegalerie). Si tratta di opere in cui il pittore orchestra folle di personaggi secondo composizioni di taglio scenografico, declinandole in uno stile grandioso e retorico che denota l'influenza di Giulio Romano, a Mantova dal 1525 e, stando a Vasari, buon amico del Garofalo. Sono gli anni di maggior vicinanza dell'artista agli stilemi propri della Maniera, dopo una carriera segnata dal modello imprescindibile di Raffaello e della piena adesione al classicismo romano riscaldato da una tavolozza di matrice giorgionesca e dall'apporto di maestri ferraresi quali Dosso Dossi. A differenza delle opere appena citate, qui l'artista riduce all'essenziale il numero dei personaggi e adotta un'impaginazione estremamente semplificata. La tavola è tutta risolta in un primo piano: al centro si staglia la monumentale figura del Cristo risorto, cui fanno ala, ai piedi del sepolcro, i due angeli inginocchiati con in mano i simboli della Passione. La mandorla di luce che cinge la figura del Redentore si espande fino a cancellare ogni traccia dei tradizionali paesaggi neoveneti dell'artista, ridotti a esile accenno sullo sfondo, enfatizzando in questo modo la statura eroica e trionfante del Cristo. E' proprio nella sintesi del racconto, teso a restituire il senso trionfale della presenza fisica del Cristo, che il pittore individua il mezzo più efficace per la resa dell'evento miracoloso, arrivando a una sorta di preludio al "protoriformismo religioso di metà secolo" (Bentini 1981, p. 183). Se diversa è la scelta retorica ed espressiva, identico è comunque l'effetto teatrale dell'insieme e il gusto scenografico della costruzione. Garofalo riprende nella figura del Cristo la posa già adottata nella pala di Bondeno del 1520, ma ne acuisce il chiasmo e la definizione anatomica, conferendole un'imponenza prima assente. Pur mantenendo la luce il tono caldo del colorismo veneto, prevale nella definizione delle forme la linea incisa ed elegante, che meglio si accosta alle tinte brillanti, quasi smaltate, delle vesti dei personaggi. In questa predilezione per la figura ricercata e statuaria, per l'effetto grandioso, per il preziosismo della linea e delle tinte, si riconosce una matrice parmigianinesca filtrata dall'influsso di Girolamo da Carpi, suo collaboratore. Celebrata dal Baruffaldi come opera che "chiama i dilettanti del maggior gusto ad ammirarla" (Baruffaldi 1844, p. 350), essa era elencata fra i dipinti dispersi dell'artista. Infatti nel corso dell'Ottocento la pala era stata prima spostata dalla cappella della Confraternita del Santissimo Sacramento all'Arciconfraternita di Santa Maria Maggiore, poi, nel 1842, sostituita da una copia del pittore Alessandro Candi, al termine dei lavori di restauro della chiesa di San Paolo. L'originale dovette allora essere trasferito presso l'Ente Ospedaliero, dove se ne persero le tracce fino al 1981, quando Jadranka Bentini diede notizia del suo ritrovamento e del recente intervento di restauro. (da Marcella Culatti in Le Arti della Salute, III.11, p. 302)
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Presso Abram Servadio Editore
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Vite de’ pittori e scultori ferraresi scritte dall’arciprete Girolamo Baruffaldi [1697-1722 ca.] con annotazioni
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Bibliografia
Vasari G.
Le Vite de’ più eccellenti Architetti, Pittori, Scultori, e Architettori
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