Piazza Roma
Modena (MO)
monumento a Ciro Menotti
marmo bianco di Carrara/ scultura
statua altezza cm 377
sec. XIX (1879 - 1879)
Ad avanzare l’idea di un monumento dedicato a Ciro Menotti (1798-1831) è il noto scultore Cesare Sighinolfi, che il 27 luglio 1874 espone un bozzetto presso l’Istituto di Belle Arti di Modena. Il 6 dicembre il comitato che si era formato nel frattempo sull’onda del generale consenso, ne delibera l’erezione lanciando una sottoscrizione.
Fulgida figura del Risorgimento modenese, Ciro Menotti era nato a Migliarina di Carpi da una famiglia di agiati imprenditori del truciolo. Dopo aver frequentato, fino alla restaurazione stabilita dal Congresso di Vienna nel 1814, la scuola del Genio militare, si dedicò all’attività di imprenditore. Aprì una spedizioneria, una filanda a vapore, una distilleria, una fonderia, che accrebbero le sue sostanze come testimonia il palazzo in corso Canalgrande a Modena, che Menotti acquistò nel 1818. Nel 1819 poté sposare l’amata Francesca Moreali (1792-1861). L’unione fu breve ma felice e allietata da quattro figli. Nel febbraio del 1821 venne incarcerato per aver distribuito volantini carbonari ai soldati ungheresi dell’esercito austriaco che andava a reprimere i moti napoletani. I volantini invitavano gli ungheresi a rifiutarsi di combattere contro i patrioti napoletani sollevatisi al comando del generale Guglielmo Pepe (1783-1855).
Conquistato dagli ideali di libertà, sviluppatisi con i moti del 1821-1822, insieme all’avvocato Enrico Misley (1801-1863) organizzò i moti del 3 febbraio 1831 confidando nell’ambizione del duca Francesco IV (1779- 1846) a diventare sovrano di un regno più vasto, che gli insorti volevano affrancato dal dominio austriaco e governato in forma costituzionale. L’inaspettato arresto ordinato dal duca di alcuni congiurati indusse Ciro Menotti ad anticipare l’azione al 3 febbraio riunendo i rivoltosi nel suo palazzo di corso Canalgrande. L’altrettanto inaspettato intervento dei dragoni ducali portò al fallimento dell’impresa e alla cattura degli insorti. Soffocata a Modena, la rivolta prese però piede in provincia e in Romagna. Il duca fuggì e per nascondere la sua compromissione con gli insorti, e il conseguente tradimento, condusse con sé prigioniero Ciro Menotti. I verbali del processo e della condanna a morte non furono mai trovati. Ciro Menotti sarà impiccato insieme al notaio Vincenzo Borelli (1786-1831), che aveva come sola colpa quella di aver autenticato l’atto di decadenza del duca. L’esecuzione avvenne la mattina del 26 maggio sul bastione occidentale della cittadella militare, dopo il ripristino dell’autorità ducale imposta dalle truppe austriache.
Nel moto menottiano vi fu anche la partecipazione, non sufficientemente ricordata, di figure femminili. Rosa Testi (1815-1895) condannata a tre anni di carcere, che nella sua villa di Novi di Modena favorì incontri tra i congiurati e preparò la bandiera tricolore e le coccarde per gli insorti aiutata dall’amica Enrichetta Bassoli Castiglioni (1803-1832) a sua volta arrestata dopo i moti e morta di maltrattamenti in carcere a Venezia. Giuditta Bellerio Sidoli (1804-1871) che partecipò ai moti a Reggio Emilia, che consegnò la bandiera tricolore alla Guardia Civica, che in seguito collaborò con Giuseppe Mazzini (1805-1872) alla Giovine Italia e patì il carcere e l’esilio.
La formazione neoclassica e naturalista dello scultore Cesare Sighinolfi emergono prepotentemente nella figura di Ciro Menotti. La gigantesca statua (alta 3,77 metri) in marmo bianco di Carrara esalta l’immagine romantica dell’eroe che, dopo la sconfitta e l’estremo sacrificio, vive nei giusti ideali in marcia verso l’inevitabile vittoria. Il monumento è arricchito da un poderoso basamento quadrato, anch’esso di marmo bianco, dove sono collocati i medaglioni con le effigi di altri quattro martiri modenesi: don Giuseppe Andreoli (1789-1822), accusato di carboneria, condannato e giustiziato nel 1822; Vincenzo Borelli, impiccato insieme a Ciro Menotti; Anacarsi Nardi (1800- 1844), segretario dello zio Biagio Nardi (1768-1835) capo del governo provvisorio dopo i moti del 1831, esule a Corfù aderì alla Giovine Italia e partecipò alla sfortunata spedizione in Calabria dei fratelli veneziani Attilio (1810-1844) ed Emilio Bandiera (1819-1844) e con essi fu fucilato il 25 luglio 1844 nel Vallone di Rovito; Giuseppe Ricci (1796-1832), conte e guardia nobile del duca Francesco IV, che fu condannato alla fucilazione nel 1832 con la falsa accusa di aver tramato un complotto per uccidere il duca. La sottoscrizione per il monumento fu generosamente integrata dal generale Antonio Morandi (1801-1883), nobile figura di combattente risorgimentale modenese. La collocazione venne scelta al centro della porzione di piazza Roma davanti all’ala est del palazzo ducale. L’opera iniziata nel 1877 vide anche la partecipazione di sbozzatori e scultori carraresi e di marmorini modenesi sotto la direzione di Sighinolfi. Il monumento venne inaugurato il 6 giugno 1880.
Presso la chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista a Spezzano di Fiorano (in Via Ghiarella, 250) si trova la tomba monumentale di Ciro Menotti eretta nel 1929, opera degli architetti Umberto Bisetti e Nazzaro Lazzaretti. Nel vicino cimitero si trova la lapide commemorativa sulla sepoltura della moglie e di tre dei quattro figli del martire. Lo ricordano numerose lapidi, tra queste a Carpi nella casa natale a Migliarina in via Lunga e nel loggiato del Castello dei Pio, a Modena nella cella del baluardo della Cittadella, nel luogo del patibolo in piazza Primo Maggio, nel Palazzo Menotti di corso Canalgrande, 90 e a Spezzano di Fiorano nella scuola elementare Ciro Menotti. Gli eventi del 1831 si intrecciano curiosamente con la villa Sant’Anna (via Emilia, 197) in comune di San Cesario. I proprietari avevano una figlia dodicenne, Bramante, che secondo testimonianze orali tramandate dai parenti, sembra abbia aiutato un compagno di Ciro Menotti, che aveva partecipato alla rivolta del 3 febbraio e che nell’epilogo dello scontro era riuscito a fuggire e a nascondersi nella boscaglia del Panaro, salvandosi così dalla prima reazione delle truppe ducali. Cresciuta, Bramante avrebbe poi sposato il figlio del generale Giacomo Stanzani che era stato incaricato dal duca di stroncare l’insurrezione menottiana. Infine padre Francesco Bernardi, il sacerdote che aveva assistito Ciro Menotti nelle ultime ore, prima di salire al patibolo la mattina del 26 maggio, era zio di Bramante e aveva vissuto nella stessa villa. Padre Bernardi aveva ricevuto in consegna da Menotti la lettera di addio alla moglie e ai figli, che, in un ultimo atto di crudeltà, venne trattenuta negli archivi segreti ducali e consegnata ai famigliari solo nel 1848, durante il governo provvisorio.